COMITATO CENTRALE

La relazione del segretario,
Oliviero Diliberto

Roma, 22 ottobre 2006

 

Questa improvvisa e imprevista riunione del comitato centrale è stata preceduta da una riunione impegnativa sia della segreteria che della direzione. L’urgenza della fase pretendeva però il coinvolgimento del massimo organismo dirigente del partito.

L’attuale fase politica è totalmente in movimento, sotto tutti i profili. Avevo già largamente scritto la mia relazione, quando il presidente di Confindustria ha sferrato un violentissimo attacco al governo affermando che la finanziaria è stata scritta sotto il ricatto delle sinistre classiste. Montezemolo si riferisce a noi, a Rifondazione e alla Cgil. Critica bizzarra perché nella finanziaria non vedo alcuna traccia di sinistra classista. Tutt’al c’è un equilibrio, un compromesso. Un attacco immotivato dunque. A meno che il motivo non sia un altro. Ed io sono convinto che il motivo non sia di merito, ma squisitamente politico. I poteri forti, in particolare quelli economici, hanno deciso che questo governo è un impaccio.

Confindustria ha appoggiato il centrosinistra in campagna elettorale, si è schierata in maniera più esplicita di quanto ci aspettassimo. Ma perché l’ha fatto? Perché immaginava che un governo di centrosinistra avrebbe potuto fare il lavoro sporco, e cioè un risanamento comprensivo della riforma previdenziale, per passare poi a un cambio di governo.

La finanziaria non è come la definisce Montezemolo. Non è la nostra finanziaria, ne critichiamo molti aspetti. Ma non è neanche la finanziaria che Confindustria si aspettava. Da qui l’attacco e, da qui il

disegno, che sta ormai prendendo forma, di cambiare il cavallo in corsa.

Più d’uno sta lavorando per far cadere il governo durante l’iter della finanziaria. A quel punto si potrebbero verificare due ipotesi: o un governo tecnico (è l’ipotesi Monti-Montezemolo) guidato dallo stesso Padoa Schioppa, oppure un governo istituzionale, guidato da un’alta carica dello Stato. Considerando che Bertinotti non potrebbe farlo, almeno per ora, il candidato naturale è Marini. Entrambe le ipotesi porterebbero ad una scomposizione dei due poli, alla fine del bipolarismo e alla marginalizzazione delle sinistre. Insomma assisteremmo alla ricomposizione di un blocco sociale, oltre che politico, di ispirazione conservatrice.

È un disegno difficile da sventare. Questo comitato centrale è impegnativo, cari compagni, proprio perché ci troviamo di fronte ad una tale situazione. Da un lato dovremmo essere noi a criticare la finanziaria, perché contiene alcuni errori e, in qualche caso, anche gravi e, dall’altro, dovremo essere le sentinelle dell’esecutivo.

Nella finanziaria ci sono cose che condividiamo. Per esempio la lotta all’evasione che, per la prima volta, sta portando risultati positivi. Ci sono altre misure valide, soprattutto per le famiglie. La stessa rimodulazione dell’Irpef, pur con luci ed ombre, va in una direzione da noi sempre auspicata: finalmente viene aumentata l’aliquota dei redditi più alti.

Ma nella finanziaria ci sono anche bocconi avvelenati, difficili da mandare giù. Penso in particolare ai ticket sanitari. È vero che i ticket per il pronto soccorso si pagano solo in alcuni casi e la Turco non perde occasione di dirci che si tratta di una misura di equità. Razionalmente può essere. Ma l’impatto simbolico della reintroduzione dei ticket sanitari sta sollevando malumori e lamentele tra gli strati popolari. Per non parlare, poi, dei tagli all’università e alla scuola. I cinquantamila posti in meno per gli insegnanti sono una cosa devastante per una coalizione che ha fatto la sua campagna elettorale assicurando che avrebbe investito sulla scuola.

Vanno naturalmente analizzate e valorizzate le novità positive: non era scontato, per esempio, che i vantaggi del cuneo fiscale andassero solo alle imprese che assumono a tempo indeterminato.

Noi voteremo la finanziaria, ma stiamo lavorando molto sugli emendamenti perché essa sia corretta. Prodi dice: «Abbiamo scontentato tutti, quindi è buona!». Singolare modo di ragionare. Se scontenti tutti, perdi il consenso! E si è visto nei sondaggi il calo drammatico di popolarità del governo.

Una fase delicatissima, come capirete. Dovremo evitare che il governo cada sulla finanziaria perché l’alternativa, come ho già detto, è inquietante. L’alternativa è un governo tecnico o istituzionale che resti in carica un anno e mezzo per fare due cose: la riforma delle pensioni e della legge elettorale. E la prospettiva della legge elettorale non è certo un sano ritorno al proporzionale puro, come auspicheremmo noi, ma l’inserimento di una soglia di sbarramento tale da non scontentare Rifondazione (e difatti Bertinotti ha dato segnali di apertura) e tagliare fuori tutti i partiti piccoli o medio-piccoli.

La fase che si apre richiede da noi grande sapienza tattica. Per i nostri gruppi parlamentari sarà dura: dovremo correggere le storture della finanziaria, come i tagli alla scuola, all’università e alla sanità e contemporaneamente agire in modo da non far cadere il governo. Non sarà facile.

Al comitato centrale di settembre ci eravamo lasciati con l’impegno di ritrovarci per iniziare l’iter congressuale. È nel frattempo avvenuta una novità, un fatto che dinamizza la situazione politica. Ovviamente si intreccia col tema del governo e rimette in movimento la sinistra. Noi non possiamo limitarci ad essere spettatori, dobbiamo attivarci per intercettare le novità, interagire con esse e provare a determinarle nella misura in cui ci riusciamo.

Il fatto nuovo è Orvieto, il seminario tenuto dai Ds e dalla Margherita, dove si è deciso che il partito democratico si farà, anche con qualche accelerazione. Restano incertezze sulle forme, sui tempi, sugli uomini, ma il fatto politico è ormai determinato. A primavera i Ds terranno il proprio congresso nazionale e decideranno, immagino con una larga maggioranza, di confluire nel partito democratico. Decideranno di sciogliere il loro partito per unificarsi con la Margherita, cioè con gli ex-democristiani.

Quando si compirà questo evento finirà la lunga, travagliata transizione del partito comunista italiano. Quindici anni esatti. Dal 1991. Prima Pci, poi Pds, poi Ds e, infine, il Partito Democratico. Quindici anni di lenta agonia che danno ragione a quanti si opposero allo scioglimento del Pci.

Se riandiamo indietro con l’analisi, possiamo constatare che tutto si compie tra l’89 ed il ’91. Nel senso che nell’89, con il crollo del muro di Berlino, il gruppo dirigente - Occhetto e gli uomini più vicini ad Occhetto - intuisce (e qui c’era un germe di verità) che si deve avviare un cambiamento profondo per non rimanere sepolti sotto le macerie. Ma lo fanno nel modo peggiore. Nasce un partito, il Pds, senza una precisa identità, nel segno del più totale eclettismo politico e culturale, e senza un chiaro e preciso riferimento di classe. Superficialità tipicamente occhettiana, ma anche la scelta politica, mi verrebbe da dire “pomposamente ideologica”, di non creare un partito socialista o socialdemocratico o laburista, ma di dar vita ad un indistinto partito già da allora “democratico”. Non credo di essere lontano dal vero. La genesi del Pds ha in sé i germi di ciò che sta oggi avvenendo, con varianti di cui dirò tra breve, connesse all’incrocio e alla contaminazione inevitabile con la cultura cattolica.

E tuttavia, nonostante queste premesse, il Pds e poi i Ds hanno rappresentato per migliaia di elettori, di iscritti e di militanti la prosecuzione del Pci in altra forma. Mi è capitato tante volte di incontrare alle feste dell’Unità militanti che davano per scontato di essere la prosecuzione del Pci. Per una coazione all’obbedienza, alla disciplina, alla fiducia nei gruppi dirigenti, a qualunque nefandezza essi compissero, e tuttavia non c’è dubbio che non tutti, ma larghi pezzi di quell’elettorato e di quei militanti, abbiano concepito le trasformazioni come prosecuzione del Pci.

Oggi, per la prima volta, si disvela che il partito democratico non è e non potrebbe essere quella prosecuzione. Gli alleati (la Margherita) ci tengono a precisare di essere loro i vincenti della storia, e chi viene dal Pci è uno sconfitto che deve entrare nel nuovo soggetto politico a testa bassa e col cappello in mano.

La nascita del partito democratico postula la fuoriuscita di nostri ex-compagni dalla sinistra. Da un orizzonte che comunque i Ds avevano mantenuto, per quanto in chiave moderata. Un connotato che si è perso perché il partito democratico è, appunto, solo democratico e non più di sinistra.

Dopo quindici anni, quando si farà il partito democratico, l’Italia sarà l’unico paese europeo senza un partito socialista. Un evento che rischia non solo un terremoto nella sinistra, ma addirittura di svuotare

il panorama a sinistra.

I rischi sono grandi, e non soltanto dal punto di vista politico. Proverò ad elencare rapidamente tre cose.

1) La nascita del partito democratico rompe il rapporto di un pezzo della sinistra italiana con il mondo del lavoro, con la Cgil, l’ultima grande organizzazione di massa in Italia. Con i compagni della Cgil dovremo ragionare attentamente sulle dinamiche che questo evento politico determinerà nel versante sindacale.

2) Forma partito e forme della politica. Il partito democratico non sarà un partito in senso classico, ma una sorta di comitato elettorale. E cioè strutture che si riuniranno in occasione delle elezioni, da quelle comunali a quelle nazionali, per selezionare i candidati. E lo faranno con forme plebiscitarie e populistiche: i gazebo invece delle sezioni. Le primarie prodiane sono il modello dell’incoronazione del capo, la sintesi della partecipazione leggera, non strutturata. Quindi comitato elettorale e, per giunta, con tentazioni squisitamente leaderistiche, verticistiche. Anche nella forma-partito questa nuova aggregazione si collocherà fuori dalla storia delle organizzazioni politiche europee del 900.

Rifondazione, in un’importante riunione del comitato centrale, ha aperto a queste nuove forme della politica. D’altro canto Bertinotti ha partecipato alle primarie, ha accettato quel terreno di scontro che noi abbiamo rifiutato. È ancora una volta l’idea verticistica, estranea alla nostra storia, alla nostra tradizione. Queste forme di organizzazione politica leggera, verticistica, postulano un gravissimo problema di democrazia e di partecipazione. Si rischia il ritorno ad una forma notabilare, verrebbe da dire pre-giolittiana, in cui i lavoratori non stanno più autonomamente nell’arena politica.

3) Cultura politica. Qual è il pensiero strutturato che sta a monte della costruzione del partito democratico? Fassino pone nella sua relazione il tema di “passare da Gramsci a Don Bosco” (come Bertinotti, che passa da Don Milani a Gandhi a Capitini, per arrivare a Marx, ma saltando tutto ciò che c’è dopo Marx). Anche sul piano strettamente culturale-scientifico, si tratta di un’operazione dissennata e antistorica. C’è eclettismo culturale nella nascita del partito democratico, c’è la subalternità della sinistra ai moderati. La sfida per l’egemonia l’hanno vinta loro! E’ così su tutti i grandi temi! Dalla laicità dello Stato alla politica estera. Come potrà Massimo D’Alema, che sta facendo bene il ministro degli Esteri, e che è filo-palestinese, andare d’accordo con quanti nella Margherita sono filo-atlantici o filo israeliani? Mi indigno per loro che non hanno più la capacità di indignarsi!

Tutto questo è un terremoto per la sinistra! E anche per il centro, ancorché vincente, perché il popolarismo cattolico italiano, che aveva una peculiarità interclassista a differenza del popolarismo europeo, si perde, si disperde. La Democrazia cristiana poteva essere assimilata ad altre democrazie cristiane, anche se in Europa erano tutte più conservatrici. Ma una volta ridotta a Partito popolare, rappresentava una peculiarità solo italiana, tanto è vero che aveva difficoltà a stare nel partito popolare europeo ed ha preferito il gruppo liberal-democratico. Anche questa specificità finisce. Si va verso una formazione ibrida, il partito democratico.

Ma come sempre i terremoti aprono anche prospettive, nuovi scenari, ipotesi di lavoro che non erano attualità politica, ma oggetto di analisi. Oggi queste prospettive possono diventare terreno di azione

politica. Ed è per questo, per tramutare le opportunità in azione politica, che la segreteria e la direzione hanno deciso di rompere gli indugi e hanno convocato il comitato centrale.

Scenari, certo. Ma gli scenari fanno parte della politica.

Una parte dei Ds dichiara che non entrerà nel partito democratico. Si tratta di varie anime, e anche di personaggi diversi gli uni dagli altri: vi è la sinistra che fa capo a Mussi e quella che fa capo a Salvi; vi sono pezzi di maggioranza e di ex-maggioranza; c’è Gavino Angius, ex-mozione due, berlingueriano, un pezzo di storia del Pci; c’è Caldarola, ex direttore dell’Unità, dal quale mi divide praticamente tutto, pensate che è il promotore della Sinistra per Israele; c’è poi Nicola Rossi, che è addirittura il promotore del “tavolo dei volenterosi”.

Di questo variegato mondo che si oppone al partito democratico, chi, alla fine, non vi aderirà davvero? Fare previsioni è difficile, personalmente credo che non più del 50% di questi variegati oppositori rimarrà fuori. Chi vuole uscire, si è già fatto sentire, come sta accadendo in Liguria dove la corrente di Mussi è già uscita. E oggi stanno ragionando con noi, perché in Rifondazione non vogliono andare. Molti che oggi sono critici feroci del Pd, domani saranno disposti ad entrarvi, magari per fare una corrente di sinistra.

Quello a cui noi dobbiamo guardare, è il vasto elettorato. E non è scontato o facile. L’elettorato potrebbe far coincidere la nascita del partito democratico con l’Ulivo, che ha una grande capacità attrattiva e lo ha dimostrato sia alle regionali che alle politiche. L’equazione che i dirigenti Ds vogliono accreditare è “partito democratico uguale unità”.

La parte dei Ds che non entrerà nel partito democratico, costituirà gruppi parlamentari autonomi. Hanno i numeri per farlo sia alla Camera, sia al Senato. Alla Sinistra europea non vogliono aderire, lo hanno detto a chiare lettere. L’obiettivo è costituire, nella fase inziale, un raggruppamento politico-culturale che si richiami al socialismo o al laburismo. Ovviamente sino al Congresso dei Ds faranno la battaglia congressuale con mozioni contro la nascita del partito democratico. Poi dovranno scegliere. Gli scenari possono essere positivi o negativi. Molto dipenderà anche dalla nostra capacità di azione.

Propongo a questo comitato centrale che, da qui al momento in cui noi terremo il congresso, il partito dispieghi il massimo di iniziativa politica. a partire da una serie di appuntamenti nazionali.

Propongo una manifestazione nazionale a Roma per il 21 gennaio, nel momento in cui starà per partire l’iter congressuale dei Ds. E altre due iniziative nazionali, una a Milano ed una a Napoli. A Napoli sul lavoro; a Milano su una cosa che chiamerei “Stati generali della cultura, della scuola dell’informazione”, e cioè il mondo della cultura e dei beni culturali, oggi grandemente in sofferenza. E in questo modo costruire, sui contenuti e con l’iniziativa politica, la nostra proposta politica, che è l’aggiornamento della confederazione, una linea di unità declinata nella fase nuova da proporre ai Ds, a tutti i Ds, come facciamo da anni, e a Rifondazione.

Rifondazione ha scelto al momento la linea, secondo me non vincente, della Sinistra Europea e cioè l’allargamento di Rifondazione a un po’ di ceto politico. Creando, fra l’altro, sconquasso nel partito, perché lo statuto della Sinistra Europea prevede che il 50% dei gruppi dirigenti e dei deputati sia di Rifondazione e il 50% provenga dall’esterno, dalla Sinistra unita. Sapete cosa vuol dire, vero? Tanto che la segreteria di Giordano è in difficoltà con la sua stessa maggioranza, gli ex-bertinottiani. Sul versante politico, la mia sensazione è che Rifondazione sia in mezzo al guado. Non so sui territori, ma a livello nazionale è così. Rifondazione non ha ancora scelto cosa farà da grande. Sino a quando eravamo tutti insieme, c’era la costruzione di un grande partito comunista. Con mille sfaccettature, ma insomma un grande partito, esistevano le condizioni.

Oggi, dopo tanti anni, Rifondazione è rimasta ferma al 5-5%. Bertinotti, che ha dichiarato di essere rimasto comunista per tigna, vorrebbe traghettare il partito verso un versante post-comunista. Ma non ci riesce. Sapete perché? Perché ci siamo noi. Rifondazione è in mezzo a un guado che Bertinotti vorrebbe attraversare. C’è chi lo frena anche nel suo partito, ma sono le condizioni oggettive e politiche che oggi gli impediscono il passaggio finale.

La nostra proposta, la Confederazione della Sinistra, ha avuto risposte insoddisfacenti sia dai Ds che da Rifondazione. Ma guai a demordere dalla nostra linea. Una linea che ci ha fatto aumentare i voti in tutte le ultime elezioni. Provinciali, regionali, europee e politiche. Non solo abbiamo superato brillantemente la soglia di sbarramento – e c’erano molti che dicevano e speravano che non ce l’avremmo fatta -, ma siamo passati da seicentomila a novecentomila voti, il 50% in più. In linguaggio calcistico si direbbe “squadra che vince non si tocca!”, ma la nostra linea va ora declinata in modo diverso, alla luce della nuova fase politica. Dobbiamo mantenere l’impianto, che è quello dell’unità e della competizione sui contenuti. Pensate alla pace e alla guerra, a quanto ci siamo caratterizzati… Abbiamo subìto attacchi, personalmente sono stato offeso. La stessa caratterizzazione dobbiamo assumere sulle questioni del lavoro.

Ogni tanto qualcuno mi dice: come si può, oggi, parlare di unità? Si può perché oggi la Confederazione va indirizzata a tutti coloro che sono alla sinistra del partito democratico. Noi proponiamo a tutti loro, ai compagni Ds che non entreranno nel partito democratico, ai compagni di Rifondazione Comunista, all’Arci, alla Fiom, di avviare un processo confederativo. Oggi esistono le opportunità! Abbiamo affrontato questo tema anche in direzione, in una discussione limpida e libera come da anni non facevamo. Senza schieramenti, ognuno portando la sua opinione. Il modello che proponiamo dà la possibilità di aggregare una soggettività politica unitaria, all’interno della quale continua e continuerà ad esistere il Partito dei Comunisti Italiani. Con gli altri si stabiliranno le regole democratiche e unitarie, ma ognuno manterrà il suo partito. Comunisti significa una cosa precisa, anche dopo l’89, soprattutto dopo l’89. Significa pensare che il capitalismo non sia l’ultimo approdo dell’umanità. Il mondo va avanti, e noi lavoriamo e lavoreremo perché arrivi una fase di sovvertimento dei rapporti di classe. Siamo gli ultimi ad avere quest’obiettivo, è vero, ma per quanto mi riguarda ne sono orgoglioso.

Siamo comunisti, ma anche di buon senso. Facciamo politica nelle condizioni date, in una logica inevitabilmente e virtuosamente riformatrice, sapendo che c’è un dopo. Se il comitato centrale sarà d’accordo con la mia proposta, dichiareremo ovunque, a livello nazionale e periferico: ”Chiediamo a tutti quelli che non entrano nel partito democratico di fare con noi una grande operazione confederativa della sinistra. Nelle forme che saranno possibili”. All’interno di questa operazione, noi rimarremo ciò che siamo, comunisti. Con la nostra struttura politica ed organizzativa. Abbiamo bisogno di un congresso non rituale, che ci faccia stare in campo.

Io non mi occupo della gestione, come i compagni sanno e mi rimproverano, perché in qualche caso avverto una sorta di ineluttabilità... ci portiamo dietro incrostazioni nel nostro modo di fare politica. Non ovunque, per carità, ci sono luoghi magnifici dove non si litiga, dove i compagni vanno d’accordo, e quando si arriva alle elezioni miracolosamente non ci sono scontri. Ci sono invece altri luoghi, altre federazioni, altri territori, dove la situazione ha trasceso. A Napoli è stato eletto un nuovo segretario, ma la sua elezione viene contestata. Sarà la commissione di garanzia a stabilire se è legittima o no. Ma, nel frattempo, invito i compagni a smetterla ed a lavorare. E, se i compagni lo vorranno, mi adopererò in questo caso specifico per trovare una soluzione unitaria.

Ho voluto porre questo tema all’attenzione del comitato centrale perché si tratta di un caso limite, ma anche in altri luoghi stanno accadendo fatti analoghi. Pensiamo davvero che si possa andare avanti così? Non possiamo tollerarlo. Vi invito, invito tutti, ad un maggior senso di responsabilità. Se così non fosse, permettetemi di dirvi che non lo considererei un comportamento da comunisti.



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del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"