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Questa improvvisa e imprevista riunione del
comitato centrale è stata preceduta da una riunione impegnativa
sia della segreteria che della direzione. L’urgenza della fase
pretendeva però il coinvolgimento del massimo organismo
dirigente del partito.
L’attuale fase politica è totalmente in
movimento, sotto tutti i profili. Avevo già largamente scritto
la mia relazione, quando il presidente di Confindustria ha
sferrato un violentissimo attacco al governo affermando che la
finanziaria è stata scritta sotto il ricatto delle sinistre
classiste. Montezemolo si riferisce a noi, a Rifondazione e alla
Cgil. Critica bizzarra perché nella finanziaria non vedo alcuna
traccia di sinistra classista. Tutt’al c’è un equilibrio, un
compromesso. Un attacco immotivato dunque. A meno che il motivo
non sia un altro. Ed io sono convinto che il motivo non sia di
merito, ma squisitamente politico. I poteri forti, in
particolare quelli economici, hanno deciso che questo governo è
un impaccio.
Confindustria ha appoggiato il centrosinistra in
campagna elettorale, si è schierata in maniera più esplicita di
quanto ci aspettassimo. Ma perché l’ha fatto? Perché immaginava
che un governo di centrosinistra avrebbe potuto fare il lavoro
sporco, e cioè un risanamento comprensivo della riforma
previdenziale, per passare poi a un cambio di governo.
La finanziaria non è come la definisce
Montezemolo. Non è la nostra finanziaria, ne critichiamo molti
aspetti. Ma non è neanche la finanziaria che Confindustria si
aspettava. Da qui l’attacco e, da qui il
disegno, che sta ormai prendendo forma, di cambiare il cavallo
in corsa.
Più d’uno sta lavorando per far cadere il governo
durante l’iter della finanziaria. A quel punto si potrebbero
verificare due ipotesi: o un governo tecnico (è l’ipotesi
Monti-Montezemolo) guidato dallo stesso Padoa Schioppa, oppure
un governo istituzionale, guidato da un’alta carica dello Stato.
Considerando che Bertinotti non potrebbe farlo, almeno per ora,
il candidato naturale è Marini. Entrambe le ipotesi porterebbero
ad una scomposizione dei due poli, alla fine del bipolarismo e
alla marginalizzazione delle sinistre. Insomma assisteremmo alla
ricomposizione di un blocco sociale, oltre che politico, di
ispirazione conservatrice.
È un disegno difficile da sventare. Questo
comitato centrale è impegnativo, cari compagni, proprio perché
ci troviamo di fronte ad una tale situazione. Da un lato
dovremmo essere noi a criticare la finanziaria, perché contiene
alcuni errori e, in qualche caso, anche gravi e, dall’altro,
dovremo essere le sentinelle dell’esecutivo.
Nella finanziaria ci sono cose che condividiamo.
Per esempio la lotta all’evasione che, per la prima volta, sta
portando risultati positivi. Ci sono altre misure valide,
soprattutto per le famiglie. La stessa rimodulazione dell’Irpef,
pur con luci ed ombre, va in una direzione da noi sempre
auspicata: finalmente viene aumentata l’aliquota dei redditi più
alti.
Ma nella finanziaria ci sono anche bocconi
avvelenati, difficili da mandare giù. Penso in particolare ai
ticket sanitari. È vero che i ticket per il pronto soccorso si
pagano solo in alcuni casi e la Turco non perde occasione di
dirci che si tratta di una misura di equità. Razionalmente può
essere. Ma l’impatto simbolico della reintroduzione dei ticket
sanitari sta sollevando malumori e lamentele tra gli strati
popolari. Per non parlare, poi, dei tagli all’università e alla
scuola. I cinquantamila posti in meno per gli insegnanti sono
una cosa devastante per una coalizione che ha fatto la sua
campagna elettorale assicurando che avrebbe investito sulla
scuola.
Vanno naturalmente analizzate e valorizzate le
novità positive: non era scontato, per esempio, che i vantaggi
del cuneo fiscale andassero solo alle imprese che assumono a
tempo indeterminato.
Noi voteremo la finanziaria, ma stiamo lavorando
molto sugli emendamenti perché essa sia corretta. Prodi dice:
«Abbiamo scontentato tutti, quindi è buona!». Singolare modo di
ragionare. Se scontenti tutti, perdi il consenso! E si è visto
nei sondaggi il calo drammatico di popolarità del governo.
Una fase delicatissima, come capirete. Dovremo
evitare che il governo cada sulla finanziaria perché
l’alternativa, come ho già detto, è inquietante. L’alternativa è
un governo tecnico o istituzionale che resti in carica un anno e
mezzo per fare due cose: la riforma delle pensioni e della legge
elettorale. E la prospettiva della legge elettorale non è certo
un sano ritorno al proporzionale puro, come auspicheremmo noi,
ma l’inserimento di una soglia di sbarramento tale da non
scontentare Rifondazione (e difatti Bertinotti ha dato segnali
di apertura) e tagliare fuori tutti i partiti piccoli o
medio-piccoli.
La fase che si apre richiede da noi grande
sapienza tattica. Per i nostri gruppi parlamentari sarà dura:
dovremo correggere le storture della finanziaria, come i tagli
alla scuola, all’università e alla sanità e contemporaneamente
agire in modo da non far cadere il governo. Non sarà facile.
Al comitato centrale di settembre ci eravamo
lasciati con l’impegno di ritrovarci per iniziare l’iter
congressuale. È nel frattempo avvenuta una novità, un fatto che
dinamizza la situazione politica. Ovviamente si intreccia col
tema del governo e rimette in movimento la sinistra. Noi non
possiamo limitarci ad essere spettatori, dobbiamo attivarci per
intercettare le novità, interagire con esse e provare a
determinarle nella misura in cui ci riusciamo.
Il fatto nuovo è Orvieto, il seminario tenuto dai
Ds e dalla Margherita, dove si è deciso che il partito
democratico si farà, anche con qualche accelerazione. Restano
incertezze sulle forme, sui tempi, sugli uomini, ma il fatto
politico è ormai determinato. A primavera i Ds terranno il
proprio congresso nazionale e decideranno, immagino con una
larga maggioranza, di confluire nel partito democratico.
Decideranno di sciogliere il loro partito per unificarsi con la
Margherita, cioè con gli ex-democristiani.
Quando si compirà questo evento finirà la lunga,
travagliata transizione del partito comunista italiano. Quindici
anni esatti. Dal 1991. Prima Pci, poi Pds, poi Ds e, infine, il
Partito Democratico. Quindici anni di lenta agonia che danno
ragione a quanti si opposero allo scioglimento del Pci.
Se riandiamo indietro con l’analisi, possiamo
constatare che tutto si compie tra l’89 ed il ’91. Nel senso che
nell’89, con il crollo del muro di Berlino, il gruppo dirigente
- Occhetto e gli uomini più vicini ad Occhetto - intuisce (e qui
c’era un germe di verità) che si deve avviare un cambiamento
profondo per non rimanere sepolti sotto le macerie. Ma lo fanno
nel modo peggiore. Nasce un partito, il Pds, senza una precisa
identità, nel segno del più totale eclettismo politico e
culturale, e senza un chiaro e preciso riferimento di classe.
Superficialità tipicamente occhettiana, ma anche la scelta
politica, mi verrebbe da dire “pomposamente ideologica”, di non
creare un partito socialista o socialdemocratico o laburista, ma
di dar vita ad un indistinto partito già da allora
“democratico”. Non credo di essere lontano dal vero. La genesi
del Pds ha in sé i germi di ciò che sta oggi avvenendo, con
varianti di cui dirò tra breve, connesse all’incrocio e alla
contaminazione inevitabile con la cultura cattolica.
E tuttavia, nonostante queste premesse, il Pds e
poi i Ds hanno rappresentato per migliaia di elettori, di
iscritti e di militanti la prosecuzione del Pci in altra forma.
Mi è capitato tante volte di incontrare alle feste dell’Unità
militanti che davano per scontato di essere la prosecuzione del
Pci. Per una coazione all’obbedienza, alla disciplina, alla
fiducia nei gruppi dirigenti, a qualunque nefandezza essi
compissero, e tuttavia non c’è dubbio che non tutti, ma larghi
pezzi di quell’elettorato e di quei militanti, abbiano concepito
le trasformazioni come prosecuzione del Pci.
Oggi, per la prima volta, si disvela che il
partito democratico non è e non potrebbe essere quella
prosecuzione. Gli alleati (la Margherita) ci tengono a precisare
di essere loro i vincenti della storia, e chi viene dal Pci è
uno sconfitto che deve entrare nel nuovo soggetto politico a
testa bassa e col cappello in mano.
La nascita del partito democratico postula la
fuoriuscita di nostri ex-compagni dalla sinistra. Da un
orizzonte che comunque i Ds avevano mantenuto, per quanto in
chiave moderata. Un connotato che si è perso perché il partito
democratico è, appunto, solo democratico e non più di sinistra.
Dopo quindici anni, quando si farà il partito
democratico, l’Italia sarà l’unico paese europeo senza un
partito socialista. Un evento che rischia non solo un terremoto
nella sinistra, ma addirittura di svuotare
il panorama a sinistra.
I rischi sono grandi, e non soltanto dal punto di
vista politico. Proverò ad elencare rapidamente tre cose.
1) La nascita del partito democratico rompe il
rapporto di un pezzo della sinistra italiana con il mondo del
lavoro, con la Cgil, l’ultima grande organizzazione di massa in
Italia. Con i compagni della Cgil dovremo ragionare attentamente
sulle dinamiche che questo evento politico determinerà nel
versante sindacale.
2) Forma partito e forme della politica. Il
partito democratico non sarà un partito in senso classico, ma
una sorta di comitato elettorale. E cioè strutture che si
riuniranno in occasione delle elezioni, da quelle comunali a
quelle nazionali, per selezionare i candidati. E lo faranno con
forme plebiscitarie e populistiche: i gazebo invece delle
sezioni. Le primarie prodiane sono il modello dell’incoronazione
del capo, la sintesi della partecipazione leggera, non
strutturata. Quindi comitato elettorale e, per giunta, con
tentazioni squisitamente leaderistiche, verticistiche. Anche
nella forma-partito questa nuova aggregazione si collocherà
fuori dalla storia delle organizzazioni politiche europee del
900.
Rifondazione, in un’importante riunione del
comitato centrale, ha aperto a queste nuove forme della
politica. D’altro canto Bertinotti ha partecipato alle primarie,
ha accettato quel terreno di scontro che noi abbiamo rifiutato.
È ancora una volta l’idea verticistica, estranea alla nostra
storia, alla nostra tradizione. Queste forme di organizzazione
politica leggera, verticistica, postulano un gravissimo problema
di democrazia e di partecipazione. Si rischia il ritorno ad una
forma notabilare, verrebbe da dire pre-giolittiana, in cui i
lavoratori non stanno più autonomamente nell’arena politica.
3) Cultura politica. Qual è il pensiero
strutturato che sta a monte della costruzione del partito
democratico? Fassino pone nella sua relazione il tema di
“passare da Gramsci a Don Bosco” (come Bertinotti, che passa da
Don Milani a Gandhi a Capitini, per arrivare a Marx, ma saltando
tutto ciò che c’è dopo Marx). Anche sul piano strettamente
culturale-scientifico, si tratta di un’operazione dissennata e
antistorica. C’è eclettismo culturale nella nascita del partito
democratico, c’è la subalternità della sinistra ai moderati. La
sfida per l’egemonia l’hanno vinta loro! E’ così su tutti i
grandi temi! Dalla laicità dello Stato alla politica estera.
Come potrà Massimo D’Alema, che sta facendo bene il ministro
degli Esteri, e che è filo-palestinese, andare d’accordo con
quanti nella Margherita sono filo-atlantici o filo israeliani?
Mi indigno per loro che non hanno più la capacità di indignarsi!
Tutto questo è un terremoto per la sinistra! E
anche per il centro, ancorché vincente, perché il popolarismo
cattolico italiano, che aveva una peculiarità interclassista a
differenza del popolarismo europeo, si perde, si disperde. La
Democrazia cristiana poteva essere assimilata ad altre
democrazie cristiane, anche se in Europa erano tutte più
conservatrici. Ma una volta ridotta a Partito popolare,
rappresentava una peculiarità solo italiana, tanto è vero che
aveva difficoltà a stare nel partito popolare europeo ed ha
preferito il gruppo liberal-democratico. Anche questa
specificità finisce. Si va verso una formazione ibrida, il
partito democratico.
Ma come sempre i terremoti aprono anche
prospettive, nuovi scenari, ipotesi di lavoro che non erano
attualità politica, ma oggetto di analisi. Oggi queste
prospettive possono diventare terreno di azione
politica. Ed è per questo, per tramutare le opportunità in
azione politica, che la segreteria e la direzione hanno deciso
di rompere gli indugi e hanno convocato il comitato centrale.
Scenari, certo. Ma gli scenari fanno parte della
politica.
Una parte dei Ds dichiara che non entrerà nel
partito democratico. Si tratta di varie anime, e anche di
personaggi diversi gli uni dagli altri: vi è la sinistra che fa
capo a Mussi e quella che fa capo a Salvi; vi sono pezzi di
maggioranza e di ex-maggioranza; c’è Gavino Angius, ex-mozione
due, berlingueriano, un pezzo di storia del Pci; c’è Caldarola,
ex direttore dell’Unità, dal quale mi divide praticamente tutto,
pensate che è il promotore della Sinistra per Israele; c’è poi
Nicola Rossi, che è addirittura il promotore del “tavolo dei
volenterosi”.
Di questo variegato mondo che si oppone al
partito democratico, chi, alla fine, non vi aderirà davvero?
Fare previsioni è difficile, personalmente credo che non più del
50% di questi variegati oppositori rimarrà fuori. Chi vuole
uscire, si è già fatto sentire, come sta accadendo in Liguria
dove la corrente di Mussi è già uscita. E oggi stanno ragionando
con noi, perché in Rifondazione non vogliono andare. Molti che
oggi sono critici feroci del Pd, domani saranno disposti ad
entrarvi, magari per fare una corrente di sinistra.
Quello a cui noi dobbiamo guardare, è il vasto
elettorato. E non è scontato o facile. L’elettorato potrebbe far
coincidere la nascita del partito democratico con l’Ulivo, che
ha una grande capacità attrattiva e lo ha dimostrato sia alle
regionali che alle politiche. L’equazione che i dirigenti Ds
vogliono accreditare è “partito democratico uguale unità”.
La parte dei Ds che non entrerà nel partito
democratico, costituirà gruppi parlamentari autonomi. Hanno i
numeri per farlo sia alla Camera, sia al Senato. Alla Sinistra
europea non vogliono aderire, lo hanno detto a chiare lettere.
L’obiettivo è costituire, nella fase inziale, un raggruppamento
politico-culturale che si richiami al socialismo o al laburismo.
Ovviamente sino al Congresso dei Ds faranno la battaglia
congressuale con mozioni contro la nascita del partito
democratico. Poi dovranno scegliere. Gli scenari possono essere
positivi o negativi. Molto dipenderà anche dalla nostra capacità
di azione.
Propongo a questo comitato centrale che, da qui
al momento in cui noi terremo il congresso, il partito dispieghi
il massimo di iniziativa politica. a partire da una serie di
appuntamenti nazionali.
Propongo una manifestazione nazionale a Roma per
il 21 gennaio, nel momento in cui starà per partire l’iter
congressuale dei Ds. E altre due iniziative nazionali, una a
Milano ed una a Napoli. A Napoli sul lavoro; a Milano su una
cosa che chiamerei “Stati generali della cultura, della scuola
dell’informazione”, e cioè il mondo della cultura e dei beni
culturali, oggi grandemente in sofferenza. E in questo modo
costruire, sui contenuti e con l’iniziativa politica, la nostra
proposta politica, che è l’aggiornamento della confederazione,
una linea di unità declinata nella fase nuova da proporre ai Ds,
a tutti i Ds, come facciamo da anni, e a Rifondazione.
Rifondazione ha scelto al momento la linea,
secondo me non vincente, della Sinistra Europea e cioè
l’allargamento di Rifondazione a un po’ di ceto politico.
Creando, fra l’altro, sconquasso nel partito, perché lo statuto
della Sinistra Europea prevede che il 50% dei gruppi dirigenti e
dei deputati sia di Rifondazione e il 50% provenga dall’esterno,
dalla Sinistra unita. Sapete cosa vuol dire, vero? Tanto che la
segreteria di Giordano è in difficoltà con la sua stessa
maggioranza, gli ex-bertinottiani. Sul versante politico, la mia
sensazione è che Rifondazione sia in mezzo al guado. Non so sui
territori, ma a livello nazionale è così. Rifondazione non ha
ancora scelto cosa farà da grande. Sino a quando eravamo tutti
insieme, c’era la costruzione di un grande partito comunista.
Con mille sfaccettature, ma insomma un grande partito,
esistevano le condizioni.
Oggi, dopo tanti anni, Rifondazione è rimasta
ferma al 5-5%. Bertinotti, che ha dichiarato di essere rimasto
comunista per tigna, vorrebbe traghettare il partito verso un
versante post-comunista. Ma non ci riesce. Sapete perché? Perché
ci siamo noi. Rifondazione è in mezzo a un guado che Bertinotti
vorrebbe attraversare. C’è chi lo frena anche nel suo partito,
ma sono le condizioni oggettive e politiche che oggi gli
impediscono il passaggio finale.
La nostra proposta, la Confederazione della
Sinistra, ha avuto risposte insoddisfacenti sia dai Ds che da
Rifondazione. Ma guai a demordere dalla nostra linea. Una linea
che ci ha fatto aumentare i voti in tutte le ultime elezioni.
Provinciali, regionali, europee e politiche. Non solo abbiamo
superato brillantemente la soglia di sbarramento – e c’erano
molti che dicevano e speravano che non ce l’avremmo fatta -, ma
siamo passati da seicentomila a novecentomila voti, il 50% in
più. In linguaggio calcistico si direbbe “squadra che vince non
si tocca!”, ma la nostra linea va ora declinata in modo diverso,
alla luce della nuova fase politica. Dobbiamo mantenere
l’impianto, che è quello dell’unità e della competizione sui
contenuti. Pensate alla pace e alla guerra, a quanto ci siamo
caratterizzati… Abbiamo subìto attacchi, personalmente sono
stato offeso. La stessa caratterizzazione dobbiamo assumere
sulle questioni del lavoro.
Ogni tanto qualcuno mi dice: come si può, oggi,
parlare di unità? Si può perché oggi la Confederazione va
indirizzata a tutti coloro che sono alla sinistra del partito
democratico. Noi proponiamo a tutti loro, ai compagni Ds che non
entreranno nel partito democratico, ai compagni di Rifondazione
Comunista, all’Arci, alla Fiom, di avviare un processo
confederativo. Oggi esistono le opportunità! Abbiamo affrontato
questo tema anche in direzione, in una discussione limpida e
libera come da anni non facevamo. Senza schieramenti, ognuno
portando la sua opinione. Il modello che proponiamo dà la
possibilità di aggregare una soggettività politica unitaria,
all’interno della quale continua e continuerà ad esistere il
Partito dei Comunisti Italiani. Con gli altri si stabiliranno le
regole democratiche e unitarie, ma ognuno manterrà il suo
partito. Comunisti significa una cosa precisa, anche dopo l’89,
soprattutto dopo l’89. Significa pensare che il capitalismo non
sia l’ultimo approdo dell’umanità. Il mondo va avanti, e noi
lavoriamo e lavoreremo perché arrivi una fase di sovvertimento
dei rapporti di classe. Siamo gli ultimi ad avere quest’obiettivo,
è vero, ma per quanto mi riguarda ne sono orgoglioso.
Siamo comunisti, ma anche di buon senso. Facciamo
politica nelle condizioni date, in una logica inevitabilmente e
virtuosamente riformatrice, sapendo che c’è un dopo. Se il
comitato centrale sarà d’accordo con la mia proposta,
dichiareremo ovunque, a livello nazionale e periferico:
”Chiediamo a tutti quelli che non entrano nel partito
democratico di fare con noi una grande operazione confederativa
della sinistra. Nelle forme che saranno possibili”. All’interno
di questa operazione, noi rimarremo ciò che siamo, comunisti.
Con la nostra struttura politica ed organizzativa. Abbiamo
bisogno di un congresso non rituale, che ci faccia stare in
campo.
Io non mi occupo della gestione, come i compagni
sanno e mi rimproverano, perché in qualche caso avverto una
sorta di ineluttabilità... ci portiamo dietro incrostazioni nel
nostro modo di fare politica. Non ovunque, per carità, ci sono
luoghi magnifici dove non si litiga, dove i compagni vanno
d’accordo, e quando si arriva alle elezioni miracolosamente non
ci sono scontri. Ci sono invece altri luoghi, altre federazioni,
altri territori, dove la situazione ha trasceso. A Napoli è
stato eletto un nuovo segretario, ma la sua elezione viene
contestata. Sarà la commissione di garanzia a stabilire se è
legittima o no. Ma, nel frattempo, invito i compagni a smetterla
ed a lavorare. E, se i compagni lo vorranno, mi adopererò in
questo caso specifico per trovare una soluzione unitaria.
Ho voluto porre questo tema all’attenzione del
comitato centrale perché si tratta di un caso limite, ma anche
in altri luoghi stanno accadendo fatti analoghi. Pensiamo
davvero che si possa andare avanti così? Non possiamo
tollerarlo. Vi invito, invito tutti, ad un maggior senso di
responsabilità. Se così non fosse, permettetemi di dirvi che non
lo considererei un comportamento da comunisti. |