COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Oliviero Diliberto


Roma, 10 settembre 2006
 

            Abbiamo fatto una discussione all’altezza di una situazione politica oggettivamente complicata. Ci sono tutte le condizioni per superare ogni incrostazione di tipo personalistico. Abbiamo fatto una discussione politica vera, nella quale sono anche emerse, nell’ambito di una generale condivisione della linea, differenze di opinione. In qualche caso anche significative. Questo è un bene, le differenze vanno sempre esplicitate. Un partito che non discute è un “partito caserma”, il contrario di quello che voglio.

            Come ho fatto nella relazione, mi atterrò ad un criterio di non diplomatismo, perché è utile che il segretario offra un contributo di merito, nel tentativo di ascoltare tutti e, contemporaneamente, di fare chiarezza.

            Voglio associarmi a quanti hanno ricordato il compagno Renato Albertini. Come tutti sapete, negli ultimi tempi aveva avuto con me motivi di dissenso politico. Ma penso e ho sempre pensato che Renato sia stato davvero un comunista di straordinaria coerenza morale e politica. Gli sono grato, anche a nome vostro, per quello che ha fatto nel corso di una intera vita dedicata al Pci prima e alla nostra storia comune poi. E’ la prima riunione del comitato centrale senza di lui. Vorrei che la presidenza inviasse, a nome di tutti noi, un telegramma di affettuosa solidarietà alla famiglia.

            Non ho bisogno di aggiungere nulla rispetto a ciò che ha detto Guerrini sulla vicenda del compagno Cossutta. Negli ultimi due anni ci sono state sempre più marcate differenze, ma si trattava per la gran parte di differenze di gestione, non di linea politica. E quali che siano state le differenze e, in qualche caso, non da parte mia, anche le asprezze, resta intatta la stima e il rispetto. Ho trovato una caduta di stile, una maleducazione, il modo con cui Bertinotti si è rifiutato di fargli gli auguri per l’ottantesimo compleanno. Personalmente ho voluto essere fra i primi a farglieli.

Cossutta mi ha invitato alla festa che terrà nella sede dell’Anpi, mi sono scusato con lui perché quel giorno non sarò a Roma e mi è impossibile andare. Quali che siano le differenze politiche, i contrasti, il rispetto per le persone, tanto più quando si tratta di persone che hanno segnato di sé la storia del comunismo italiano, non deve venir meno. È uno dei tratti distintivi dei comunisti. Il giudizio che abbiamo dato dell’attuale Presidente della Camera, tanto più dopo le aperture che Cossutta ha avuto nell’ultimo periodo nei suoi confronti, è di grande sgradevolezza. Non sono “le durezze della politica”, come ha detto Bertinotti, che portano a reazioni come la sua. Sono le rozzezze della politica. E siccome noi, proprio perché comunisti, rispettiamo gli altri, voglio esprimere la nostra solidarietà al compagno Cossutta per l’inqualificabile attacco subìto.

            Francesca Corso ha detto che Cossutta ha fatto bene a non venire. No, ha fatto male. Non ho affrontato l’argomento nella relazione perché, non essendo qui il compagno Cossutta, provavo un certo imbarazzo. Ciò che mi sento di non condividere è stata l’incapacità di Armando di mettersi in discussione, di considerare il suo ruolo al di sopra di qualunque altro. Non può essere così. Il partito è un organismo collettivo. Chi vi parla ha avuto la capacità di mettersi in discussione e di fare autocritica quando ce n’è stata la necessità. Pensate ai fatti di Genova e al congresso di Bellaria, quando ho riconosciuto di aver sbagliato nella mia analisi.

            È il rimprovero che faccio al compagno Rossi. L’incapacità di mettere in discussione la propria scelta. Non c’è stata un’autocritica politica, non parlo della buona o della mala fede. Ha ragione Rizzo, quello di Rossi è stato un errore politico molto serio che ha danneggiato tutti noi. Non dovrà ripetersi. Le decisioni appartengono al collettivo: ciascuno di noi, anche quando non è d’accordo, deve poter fare la sua battaglia nell’organismo dirigente, ma una volta presa una decisione collettiva, essa vale per tutti. E’ il costume dei comunisti, senza il quale viene meno anche il senso dello stare insieme.

            Vengo ora alle questioni squisitamente politiche.

            Sapevamo tutti che il governo Prodi sarebbe stato fortemente moderato. Per questo non capisco chi pensa ad una rottura dell’alleanza. Abbiamo lavorato per un programma comune, abbiamo fatto un’analisi attenta dei rapporti di forza interni al paese, ci siamo detti mille volte che l’obiettivo era costruire, all’interno del centrosinistra, una sinistra più forte perché non prevalessero le spinte confindustriali. Il compito di questo partito che ha il 2,3%, sedici deputati e cinque senatori, resta quello di lavorare per spostare il più possibile su un versante meno moderato il governo.

            Paolo Guerrini diceva: è lotta! Io aggiungo: è lotta di classe! E infatti questa è tipicamente una scena di lotta di classe, perché il conflitto non è soltanto nelle fabbriche, tra capitale e lavoro, è anche nelle istituzioni. Naturalmente questo sarà tanto più forte se ci sarà un movimento, se Cgil, Cisl e Uil faranno sino in fondo la loro parte sulle pensioni, sui precari, sulla sanità, sulla scuola pubblica.  Colgo il suggerimento di Leonesio di avere un rapporto più forte con la Cgil, che sino ad ora ha tenuto un atteggiamento simile al nostro. Ma dico all’amico Civiero che è ingeneroso dare sul governo un giudizio completamente negativo.

            Il fisco sta iniziando a funzionare visto che ci sono stati 48 miliardi di euro in più di entrate fiscali. Un successo. Si potrebbe non fare la manovra. In realtà, sapendo che non ci saranno più condoni, la gente paga le tasse. Inoltre sono stati preannunciati controlli incrociati, fatto molto positivo. E per quanto riguarda la politica estera non aggiungo nulla all’intervento del compagno Venier. D’Alema ha detto: non ce ne andiamo dall’Afghanistan, però la missione è stata un fallimento, va riconsiderata. Non è quello che chiediamo al governo di fare? Ricordate quanto ci hanno attaccato per il mio incontro con Hezbollah? Recentemente D’Alema ha visitato le rovine del Libano proprio avendo accanto un deputato hezbollah. Sarà un successo?

            Andiamo via tardivamente dall’Iraq, questo si. Ma che si trattasse di un governo con luci ed ombre lo sapevamo. Dobbiamo continuare a fare la nostra battaglia sino in fondo! L’abbiamo fatto per l’Afghanistan, lo stiamo facendo per la finanziaria. Abbiamo criticato esplicitamente la posizione di Fassino. Ora si è aperta una crepa. E’ probabile che le pensioni saranno tolte dalla finanziaria. E’ un successo, e va valorizzato.

            Alla festa di Rinascita ho tenuto un dibattito con Prodi. Quando gli ho detto dei 250.000 precari del pubblico impiego e di come ciò sia intollerabile, s’è detto d’accordo, ha detto che quei lavoratori vanno sistemati. Noi continueremo a incalzare, non tireremo giù la guardia! Lo ripeto: scene di lotta di classe!

            C’è poi il cuneo fiscale. Noi sosteniamo che ai lavoratori deve andare il 40%, non la misera percentuale cui pensa il governo. Sarà oggetto di battaglia.

            Tutto ciò ha a che fare con un difficilissimo equilibrio, perché se cade il governo, qual è la prospettiva? Oggi abbiamo un governo democratico. Non di sinistra, ma questo lo sapevamo. Se la sinistra facesse un cartello elettorale da sola, starebbe all’opposizione per altri 50 anni. E’ questo che vogliamo? Può tacitare qualche coscienza, ma noi dobbiamo fare politica e fare politica significa spostare gli equilibri.

            Queste cose Togliatti le ha scritte negli anni 40. Non è un’acquisizione recente. Sta qui il binomio “unità e diversità”.

            Qualche compagno si è esercitato dicendo: mettiamo prima la diversità. No. Sono sullo stesso piano, perfettamente paritetiche. Qualche volta prevarrà l’unità, altre la diversità, a seconda degli argomenti e delle fasi. La bussola è questa. Il nostro punto di riferimento è il programma dell’Unione e noi chiediamo al governo di attuarlo.

            Sulla scuola il ministro Fioroni ha fatto una bella cosa. Ha nuovamente cambiato il nome al ministero aggiungendo l’aggettivo “pubblica”, ministero della Pubblica Istruzione. Bravo, considerando che si tratta di un cattolico robusto. Ma, detto questo,  si fa l’innalzamento dell’obbligo scolastico? Abbiamo una proposta di legge, predisposta dal compagno Bergonzi, che la porta a diciotto anni e che ha avuto il plauso di tutti gli operatori. Non chiediamo che si attui subito, è la nostra proposta, ma nel programma dell’Unione l’innalzamento è a sedici anni, e questo va fatto.

            Ci sarà nel partito chi premerà l’acceleratore più sulla diversità e chi più sull’unità. Troveremo e ci sforzeremo di trovare punti di sintesi, un equilibrio tra le due esigenze.

            C’è poi il tema, squisitamente congressuale, dell’unità dei comunisti. Qui se ne è parlato poco, ma gira per l’Italia: unità dei comunisti o unità delle sinistre? E’ un falso problema. L’unità dei comunisti si può realizzare tranquillamente all’interno dell’unità delle sinistre. E’ persino più facile, ammesso che i comunisti la vogliano, cosa di cui ragionevolmente si può dubitare dai tempi della guerra di Spagna e anche prima.  Ma il punto è un altro: abbiamo più possibilità di crescere presentandoci in modo aperto o presentandoci in modo identitario? Siamo cresciuti perché ci siamo presentati nel modo più aperto possibile, senza rinunciare, almeno sino a che sarò io il segretario del partito, al nostro simbolo, alla nostra storia, alla nostra identità, a quello che siamo. Ma con un profilo programmatico, non ideologico, come ha fatto il Pci in tutta la sua storia. Perché sono venuti con noi tanti autorevoli compagni che non vengono dalla storia del Pci? Hanno aderito ai nostri programmi. E possiamo parlare ad una platea più vasta se ci presentiamo in modo aperto, moderno; perché altrimenti l’identità diventa una gabbia dentro la quale chiudiamo noi stessi. In questa fase della storia del mondo, mi verrebbe da dire con un grande poeta che siamo in grado di dire “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo” più che “ciò che siamo e ciò che vogliamo”, perché l’identità comunista può essere mille cose diverse.

            Pensate a cosa succede in Cina o in Vietnam. Stanno sperimentando mille contraddizioni, un modo diverso di coniugare il mercato, o aspetti dell’economia di mercato, con un impianto socialista. A Cuba c’è un altro modello, un’altra storia. Nel mondo islamico, una delle poche realtà che si oppone con efficacia all’imperialismo americano, Nashrallah, il capo di Hezbollah, era il segretario della gioventù comunista del Libano. Poi ha declinato diversamente la sua identità comunista ed è diventato il capo di un grande partito religioso di massa, con ministri e deputati, ponendosi il problema del governo. Chavez non è comunista, ma interpreta nella sua realtà un modo di essere anti-imperialista. E’ l’unico Paese dove un paio di anni fa, nel giro di 24 ore, un golpe è fallito. Segno che ha un rapporto profondo con il popolo ed anche con segmenti rilevanti della società, come l’esercito, ad esempio.

            Piccoli flash, per dire che è difficile, dopo l’89, e lo era anche prima, definire un’identità comunista. C’è un unico modo, dal mio punto di vista, di declinarla, ed è l’identità di classe: sono comunisti coloro che, ancora oggi, ritengono che la contraddizione principale nel mondo,  non l’unica, quella fondativa anche di altre, sia tra capitale e lavoro. Ecco l’accentuazione “laburista” declinata nelle forme nuove.

            C’è una contraddizione planetaria rappresentata dal Nord-Sud, prima confinata in rapporti tra aree del mondo. Oggi esplode nell’occidente avanzato, rappresentata da miliardi di disgraziati che premono alle frontiere. Questo attiene alla contraddizione capitale-lavoro? Altro che! Ma ha in sé altre contraddizioni ancora che sono etniche, religiose, culturali, di identità profonde. Ci sono forme di sfruttamento, di subalternità, che non sono quelle classiche. Per essere all’altezza va abolita ogni forma di pigrizia intellettuale, bisogna studiare, analizzare la società, provare un lavoro collettivo ciascuno portando il suo contributo, anche avendo opinioni diverse.

            Ho l’ambizione, quando ci saranno altri dirigenti ed io sarò vecchio, di poter avere la tessera di un partito grande come quello dove ho militato da ragazzino fino al ’91. Questo partito non lo costruiremo da soli. Ecco il senso dell’apertura, dell’unità della sinistra, pur sapendo quanto è complicato.

            Credete che mi sfugga la trasformazione dei Ds? Stanno diventando una forza neo-liberista. Ma a loro devo parlare, a tutti loro, non ad un pezzo. E’ una linea di attacco, non di difesa o arroccamento!

            Tra noi ci sono sensibilità diverse, ma tutte componibili. Sta al gruppo dirigente tenerle insieme, e la cifra che ce lo consente è il tema del lavoro. Senza dimenticare che a monte c’è ciò che ha ricordato la compagna Berillo, il principio dell’uguaglianza. Il tema del lavoro, degli altri diritti, della libertà, delle differenze sono racchiusi in quello che ritengo il più straordinario articolo della Costituzione, l’articolo 3. Non soltanto un principio di eguaglianza astratto degli uomini e delle donne, ma il dovere della Repubblica, dello Stato, del governo di rimuovere gli ostacoli economico e sociali affinché si dispieghi il principio di eguaglianza.

            Nel partito ci sono giovani bravissimi. Ma nelle periferie delle città, nei luoghi più disgraziati del sud e del nord, la destra, spesso fascista o neo-nazista, fa proseliti fra i giovani facendo leva sulla disperazione sociale. Il compito del partito è andare lì, perché la battaglia politica si fa tra la gente, nei quartieri proletari e sottoproletari, nella disgregazione dell’apparato organizzativo e del tessuto della sinistra.

            Abbiamo davanti tre anni avendo due gruppi parlamentari eccellenti; avendo consiglieri regionali e anche assessori in quasi tutte le regioni e avendo per la prima volta aumentato i voti in termini assoluti. Ora ci sono le condizioni, anche economiche, per un salto di qualità nella costruzione del partito. Il congresso sarà dedicato a questo. Chiedo quindi al comitato centrale di approvare l’indizione del Congresso Nazionale alla scadenza naturale, all’inizio del prossimo anno, svolgendo precedentemente i congressi di federazione e regionali. Chiedo il mandato perché la segreteria del partito predisponga una bozza di documento, affinché la direzione ne possa discutere e riconvocare il comitato centrale ad ottobre, appena l’iter sarà predisposto, affinché il documento venga discusso e votato. Parallelamente la direzione del partito istituirà una commissione delle regole del congresso

            Lo dico con schiettezza: darò battaglia se proseguiranno le liti endemiche in alcune federazioni. La direzione del partito intende intervenire con serenità e determinatezza.

            Finisco rassicurandovi: io e il compagno Rizzo non litigheremo, perché né io né lui, a parte l’amicizia che ci lega, siamo così pazzi e sconsiderati. Non ci sono correnti in questo partito. Il segretario non ce l’ha e, siatene sicuri, non l’avrà mai. E contrasterò chiunque voglia farla!

           Buon lavoro a tutti noi.



COMITATO CENTRALE
del 14 e 15 gennaio 2006
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DIREZIONE NAZIONALE
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Comunicato

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D
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- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto
- L'ordine del giorno conclusivo

COMITATO CENTRALE
del 29 e 30 giugno 2002

- La relazione del segretario
- L'intervento di Armando Cossutta
- Le conclusioni di Oliviero Diliberto

DIREZIONE NAZIONALE
del 18 aprile 2002

Fortissime perplessità sullo "statuto dei lavori"
Ufficio stampa

A UN ANNO DA BELLARIA
La confederazione della Sinistra per il lavoro, la pace e i diritti
di Oliviero Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra"

COMITATO CENTRALE
 del 26 gennaio 2002

La relazione del Segretario, O. Diliberto
"Due campagne nazionali su giustizia e lavoro"

Le conclusioni di Diliberto
"Il partito cresce ovunque, continuiamo così"

Dopo Bellaria
I compiti di chi guarda avanti per costruire
di Carlo Benedetti
Da "La Rinascita della Sinistra"