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Abbiamo fatto una discussione all’altezza di una
situazione politica oggettivamente complicata. Ci sono tutte le
condizioni per superare ogni incrostazione di tipo
personalistico. Abbiamo fatto una discussione politica vera,
nella quale sono anche emerse, nell’ambito di una generale
condivisione della linea, differenze di opinione. In qualche
caso anche significative. Questo è un bene, le differenze vanno
sempre esplicitate. Un partito che non discute è un “partito
caserma”, il contrario di quello che voglio.
Come ho fatto nella relazione, mi atterrò ad un
criterio di non diplomatismo, perché è utile che il segretario
offra un contributo di merito, nel tentativo di ascoltare tutti
e, contemporaneamente, di fare chiarezza.
Voglio associarmi a quanti hanno
ricordato il compagno Renato Albertini. Come tutti sapete, negli
ultimi tempi aveva avuto con me motivi di dissenso politico. Ma
penso e ho sempre pensato che Renato sia stato davvero un
comunista di straordinaria coerenza morale e politica. Gli sono
grato, anche a nome vostro, per quello che ha fatto nel corso di
una intera vita dedicata al Pci prima e alla nostra storia
comune poi. E’ la prima riunione del comitato centrale senza di
lui. Vorrei che la presidenza inviasse, a nome di tutti noi, un
telegramma di affettuosa solidarietà alla famiglia.
Non ho bisogno di aggiungere nulla
rispetto a ciò che ha detto Guerrini sulla vicenda del compagno
Cossutta. Negli ultimi due anni ci sono state sempre più marcate
differenze, ma si trattava per la gran parte di differenze di
gestione, non di linea politica. E quali che siano state le
differenze e, in qualche caso, non da parte mia, anche le
asprezze, resta intatta la stima e il rispetto. Ho trovato una
caduta di stile, una maleducazione, il modo con cui Bertinotti
si è rifiutato di fargli gli auguri per l’ottantesimo
compleanno. Personalmente ho voluto essere fra i primi a
farglieli.
Cossutta mi ha invitato alla festa che terrà
nella sede dell’Anpi, mi sono scusato con lui perché quel giorno
non sarò a Roma e mi è impossibile andare. Quali che siano le
differenze politiche, i contrasti, il rispetto per le persone,
tanto più quando si tratta di persone che hanno segnato di sé la
storia del comunismo italiano, non deve venir meno. È uno dei
tratti distintivi dei comunisti. Il giudizio che abbiamo dato
dell’attuale Presidente della Camera, tanto più dopo le aperture
che Cossutta ha avuto nell’ultimo periodo nei suoi confronti, è
di grande sgradevolezza. Non sono “le durezze della politica”,
come ha detto Bertinotti, che portano a reazioni come la sua.
Sono le rozzezze della politica. E siccome noi, proprio perché
comunisti, rispettiamo gli altri, voglio esprimere la nostra
solidarietà al compagno Cossutta per l’inqualificabile attacco
subìto.
Francesca Corso ha detto che Cossutta
ha fatto bene a non venire. No, ha fatto male. Non ho affrontato
l’argomento nella relazione perché, non essendo qui il compagno
Cossutta, provavo un certo imbarazzo. Ciò che mi sento di non
condividere è stata l’incapacità di Armando di mettersi in
discussione, di considerare il suo ruolo al di sopra di
qualunque altro. Non può essere così. Il partito è un organismo
collettivo. Chi vi parla ha avuto la capacità di mettersi in
discussione e di fare autocritica quando ce n’è stata la
necessità. Pensate ai fatti di Genova e al congresso di Bellaria,
quando ho riconosciuto di aver sbagliato nella mia analisi.
È il rimprovero che faccio al
compagno Rossi. L’incapacità di mettere in discussione la
propria scelta. Non c’è stata un’autocritica politica, non parlo
della buona o della mala fede. Ha ragione Rizzo, quello di Rossi
è stato un errore politico molto serio che ha danneggiato tutti
noi. Non dovrà ripetersi. Le decisioni appartengono al
collettivo: ciascuno di noi, anche quando non è d’accordo, deve
poter fare la sua battaglia nell’organismo dirigente, ma una
volta presa una decisione collettiva, essa vale per tutti. E’ il
costume dei comunisti, senza il quale viene meno anche il senso
dello stare insieme.
Vengo ora alle questioni
squisitamente politiche.
Sapevamo tutti che il governo Prodi
sarebbe stato fortemente moderato. Per questo non capisco chi
pensa ad una rottura dell’alleanza. Abbiamo lavorato per un
programma comune, abbiamo fatto un’analisi attenta dei rapporti
di forza interni al paese, ci siamo detti mille volte che
l’obiettivo era costruire, all’interno del centrosinistra, una
sinistra più forte perché non prevalessero le spinte
confindustriali. Il compito di questo partito che ha il 2,3%,
sedici deputati e cinque senatori, resta quello di lavorare per
spostare il più possibile su un versante meno moderato il
governo.
Paolo Guerrini diceva: è lotta! Io
aggiungo: è lotta di classe! E infatti questa è tipicamente una
scena di lotta di classe, perché il conflitto non è soltanto
nelle fabbriche, tra capitale e lavoro, è anche nelle
istituzioni. Naturalmente questo sarà tanto più forte se ci sarà
un movimento, se Cgil, Cisl e Uil faranno sino in fondo la loro
parte sulle pensioni, sui precari, sulla sanità, sulla scuola
pubblica. Colgo il suggerimento di Leonesio di avere un
rapporto più forte con la Cgil, che sino ad ora ha tenuto un
atteggiamento simile al nostro. Ma dico all’amico Civiero che è
ingeneroso dare sul governo un giudizio completamente negativo.
Il fisco sta iniziando a funzionare
visto che ci sono stati 48 miliardi di euro in più di entrate
fiscali. Un successo. Si potrebbe non fare la manovra. In
realtà, sapendo che non ci saranno più condoni, la gente paga le
tasse. Inoltre sono stati preannunciati controlli incrociati,
fatto molto positivo. E per quanto riguarda la politica estera
non aggiungo nulla all’intervento del compagno Venier. D’Alema
ha detto: non ce ne andiamo dall’Afghanistan, però la missione è
stata un fallimento, va riconsiderata. Non è quello che
chiediamo al governo di fare? Ricordate quanto ci hanno
attaccato per il mio incontro con Hezbollah? Recentemente D’Alema
ha visitato le rovine del Libano proprio avendo accanto un
deputato hezbollah. Sarà un successo?
Andiamo via tardivamente dall’Iraq,
questo si. Ma che si trattasse di un governo con luci ed ombre
lo sapevamo. Dobbiamo continuare a fare la nostra battaglia sino
in fondo! L’abbiamo fatto per l’Afghanistan, lo stiamo facendo
per la finanziaria. Abbiamo criticato esplicitamente la
posizione di Fassino. Ora si è aperta una crepa. E’ probabile
che le pensioni saranno tolte dalla finanziaria. E’ un successo,
e va valorizzato.
Alla festa di Rinascita ho tenuto un
dibattito con Prodi. Quando gli ho detto dei 250.000 precari del
pubblico impiego e di come ciò sia intollerabile, s’è detto
d’accordo, ha detto che quei lavoratori vanno sistemati. Noi
continueremo a incalzare, non tireremo giù la guardia! Lo
ripeto: scene di lotta di classe!
C’è poi il cuneo fiscale. Noi
sosteniamo che ai lavoratori deve andare il 40%, non la misera
percentuale cui pensa il governo. Sarà oggetto di battaglia.
Tutto ciò ha a che fare con un
difficilissimo equilibrio, perché se cade il governo, qual è la
prospettiva? Oggi abbiamo un governo democratico. Non di
sinistra, ma questo lo sapevamo. Se la sinistra facesse un
cartello elettorale da sola, starebbe all’opposizione per altri
50 anni. E’ questo che vogliamo? Può tacitare qualche coscienza,
ma noi dobbiamo fare politica e fare politica significa spostare
gli equilibri.
Queste cose Togliatti le ha scritte
negli anni 40. Non è un’acquisizione recente. Sta qui il binomio
“unità e diversità”.
Qualche compagno si è esercitato
dicendo: mettiamo prima la diversità. No. Sono sullo stesso
piano, perfettamente paritetiche. Qualche volta prevarrà
l’unità, altre la diversità, a seconda degli argomenti e delle
fasi. La bussola è questa. Il nostro punto di riferimento è il
programma dell’Unione e noi chiediamo al governo di attuarlo.
Sulla scuola il ministro Fioroni ha
fatto una bella cosa. Ha nuovamente cambiato il nome al
ministero aggiungendo l’aggettivo “pubblica”, ministero della
Pubblica Istruzione. Bravo, considerando che si tratta di un
cattolico robusto. Ma, detto questo, si fa l’innalzamento
dell’obbligo scolastico? Abbiamo una proposta di legge,
predisposta dal compagno Bergonzi, che la porta a diciotto anni
e che ha avuto il plauso di tutti gli operatori. Non chiediamo
che si attui subito, è la nostra proposta, ma nel programma
dell’Unione l’innalzamento è a sedici anni, e questo va fatto.
Ci sarà nel partito chi premerà
l’acceleratore più sulla diversità e chi più sull’unità.
Troveremo e ci sforzeremo di trovare punti di sintesi, un
equilibrio tra le due esigenze.
C’è poi il tema, squisitamente
congressuale, dell’unità dei comunisti. Qui se ne è parlato
poco, ma gira per l’Italia: unità dei comunisti o unità delle
sinistre? E’ un falso problema. L’unità dei comunisti si può
realizzare tranquillamente all’interno dell’unità delle
sinistre. E’ persino più facile, ammesso che i comunisti la
vogliano, cosa di cui ragionevolmente si può dubitare dai tempi
della guerra di Spagna e anche prima. Ma il punto è un altro:
abbiamo più possibilità di crescere presentandoci in modo aperto
o presentandoci in modo identitario? Siamo cresciuti perché ci
siamo presentati nel modo più aperto possibile, senza
rinunciare, almeno sino a che sarò io il segretario del partito,
al nostro simbolo, alla nostra storia, alla nostra identità, a
quello che siamo. Ma con un profilo programmatico, non
ideologico, come ha fatto il Pci in tutta la sua storia. Perché
sono venuti con noi tanti autorevoli compagni che non vengono
dalla storia del Pci? Hanno aderito ai nostri programmi. E
possiamo parlare ad una platea più vasta se ci presentiamo in
modo aperto, moderno; perché altrimenti l’identità diventa una
gabbia dentro la quale chiudiamo noi stessi. In questa fase
della storia del mondo, mi verrebbe da dire con un grande poeta
che siamo in grado di dire “ciò che non siamo e ciò che non
vogliamo” più che “ciò che siamo e ciò che vogliamo”, perché
l’identità comunista può essere mille cose diverse.
Pensate a cosa succede in Cina o in
Vietnam. Stanno sperimentando mille contraddizioni, un modo
diverso di coniugare il mercato, o aspetti dell’economia di
mercato, con un impianto socialista. A Cuba c’è un altro
modello, un’altra storia. Nel mondo islamico, una delle poche
realtà che si oppone con efficacia all’imperialismo americano,
Nashrallah, il capo di Hezbollah, era il segretario della
gioventù comunista del Libano. Poi ha declinato diversamente la
sua identità comunista ed è diventato il capo di un grande
partito religioso di massa, con ministri e deputati, ponendosi
il problema del governo. Chavez non è comunista, ma interpreta
nella sua realtà un modo di essere anti-imperialista. E’ l’unico
Paese dove un paio di anni fa, nel giro di 24 ore, un golpe è
fallito. Segno che ha un rapporto profondo con il popolo ed
anche con segmenti rilevanti della società, come l’esercito, ad
esempio.
Piccoli flash, per dire che è
difficile, dopo l’89, e lo era anche prima, definire un’identità
comunista. C’è un unico modo, dal mio punto di vista, di
declinarla, ed è l’identità di classe: sono comunisti coloro
che, ancora oggi, ritengono che la contraddizione principale nel
mondo, non l’unica, quella fondativa anche di altre, sia tra
capitale e lavoro. Ecco l’accentuazione “laburista” declinata
nelle forme nuove.
C’è una contraddizione planetaria
rappresentata dal Nord-Sud, prima confinata in rapporti tra aree
del mondo. Oggi esplode nell’occidente avanzato, rappresentata
da miliardi di disgraziati che premono alle frontiere. Questo
attiene alla contraddizione capitale-lavoro? Altro che! Ma ha in
sé altre contraddizioni ancora che sono etniche, religiose,
culturali, di identità profonde. Ci sono forme di sfruttamento,
di subalternità, che non sono quelle classiche. Per essere
all’altezza va abolita ogni forma di pigrizia intellettuale,
bisogna studiare, analizzare la società, provare un lavoro
collettivo ciascuno portando il suo contributo, anche avendo
opinioni diverse.
Ho l’ambizione, quando ci saranno
altri dirigenti ed io sarò vecchio, di poter avere la tessera di
un partito grande come quello dove ho militato da ragazzino fino
al ’91. Questo partito non lo costruiremo da soli. Ecco il senso
dell’apertura, dell’unità della sinistra, pur sapendo quanto è
complicato.
Credete che mi sfugga la
trasformazione dei Ds? Stanno diventando una forza
neo-liberista. Ma a loro devo parlare, a tutti loro, non ad un
pezzo. E’ una linea di attacco, non di difesa o arroccamento!
Tra noi ci sono sensibilità diverse,
ma tutte componibili. Sta al gruppo dirigente tenerle insieme, e
la cifra che ce lo consente è il tema del lavoro. Senza
dimenticare che a monte c’è ciò che ha ricordato la compagna
Berillo, il principio dell’uguaglianza. Il tema del lavoro,
degli altri diritti, della libertà, delle differenze sono
racchiusi in quello che ritengo il più straordinario articolo
della Costituzione, l’articolo 3. Non soltanto un principio di
eguaglianza astratto degli uomini e delle donne, ma il dovere
della Repubblica, dello Stato, del governo di rimuovere gli
ostacoli economico e sociali affinché si dispieghi il principio
di eguaglianza.
Nel partito ci sono giovani
bravissimi. Ma nelle periferie delle città, nei luoghi più
disgraziati del sud e del nord, la destra, spesso fascista o
neo-nazista, fa proseliti fra i giovani facendo leva sulla
disperazione sociale. Il compito del partito è andare lì, perché
la battaglia politica si fa tra la gente, nei quartieri
proletari e sottoproletari, nella disgregazione dell’apparato
organizzativo e del tessuto della sinistra.
Abbiamo davanti tre anni avendo due
gruppi parlamentari eccellenti; avendo consiglieri regionali e
anche assessori in quasi tutte le regioni e avendo per la prima
volta aumentato i voti in termini assoluti. Ora ci sono le
condizioni, anche economiche, per un salto di qualità nella
costruzione del partito. Il congresso sarà dedicato a questo.
Chiedo quindi al comitato centrale di approvare l’indizione del
Congresso Nazionale alla scadenza naturale, all’inizio del
prossimo anno, svolgendo precedentemente i congressi di
federazione e regionali. Chiedo il mandato perché la segreteria
del partito predisponga una bozza di documento, affinché la
direzione ne possa discutere e riconvocare il comitato centrale
ad ottobre, appena l’iter sarà predisposto, affinché il
documento venga discusso e votato. Parallelamente la direzione
del partito istituirà una commissione delle regole del congresso
Lo dico con schiettezza: darò
battaglia se proseguiranno le liti endemiche in alcune
federazioni. La direzione del partito intende intervenire con
serenità e determinatezza.
Finisco rassicurandovi: io e il
compagno Rizzo non litigheremo, perché né io né lui, a parte
l’amicizia che ci lega, siamo così pazzi e sconsiderati. Non ci
sono correnti in questo partito. Il segretario non ce l’ha e,
siatene sicuri, non l’avrà mai. E contrasterò chiunque voglia
farla!
Buon lavoro a tutti noi. |