| 12 settembre 2001 PRESIDENTE.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Diliberto. Ne
ha facoltà.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente,
colleghi, di fronte a questa immane tragedia il
primo pensiero va alle vittime e a tutto il
popolo americano, cui va la piena e convinta
solidarietà del nostro partito, dei Comunisti
italiani.
La violenza - e questa violenza in modo
particolare - va contro gli interessi dei popoli
in lotta per la propria emancipazione, per i
propri diritti. Così si colpiscono, invece di
aiutarli, gli interessi dei più deboli, si
acuiscono, piuttosto che diminuirle, le
ingiustizie del mondo. Una violenza, questa, che
non è solo condannabile in sé - come ogni atto
contro la vita umana - ma che è condannabile
politicamente, in quanto innesca inevitabilmente
un riflesso d'ordine, la richiesta di misure
eccezionali. Sono i riflessi della paura cui non
bisogna cedere. Il messaggio che ci viene dai
fatti di ieri è chiaro; chi ha colpito vuole
dire: nessuno può sentirsi al sicuro, siamo
anche in grado di colpire la più grande potenza
militare del mondo. Ciò non può che innescare
reazioni a catena, incontrollabili, contro la
pace, contro i diritti, contro la libera
convivenza dei popoli. Tuttavia, questa violenza
dimostra anche che la mera logica repressiva non
funziona, non può funzionare, non ha mai
funzionato. La logica della guerra, ad iniziare
dalle cosiddette guerre umanitarie - di per sé
singolare contraddizione -, è perdente. Occorre
sempre, anche oggi, perseguire con durezza i
responsabili degli atti di terrorismo, ma occorre
anche, al contempo, riaprire subito canali
diplomatici, trattative, dialogo, per risolvere
pacificamente le questioni sul tappeto nelle zone
di conflitto, ad iniziare dal Medio Oriente dove
il nostro paese ha esercitato un ruolo autonomo,
importantissimo, per la pace e per la
cooperazione tra i popoli. Dobbiamo proseguire su
questa strada. Se non prevarrà la politica ma le
armi, se prevarrà la logica muscolare
sull'intelligenza, allora sì che prevarranno
anche i fondamentalisti, di ogni specie. È il
frutto di questo nuovo disordine mondiale, mentre
molti - come è stato già ricordato - dopo il
1989 credevano ad un nuovo ordine, alla
pacificazione sotto il segno della NATO.
Constatiamo che non è così. Siamo di fronte ad
un fatto di eccezionale gravità. Occorre
ripensare, e rapidamente, a quello che, con
straordinaria preveggenza, Enrico Berlinguer
chiamava, negli anni settanta, il governo del
mondo: l'organizzazione delle Nazioni unite, così
come fu concepita in un'epoca di equilibri del
tutto diversi, non risponde più a questa
impellente necessità. Occorre ripensare a
quell'organizzazione, profondamente e con il
concorso di tutti, così come occorre che
l'Europa si doti di un proprio autonomo sistema
di difesa che contribuisca anche all'unità
politica. Non saremo certo difesi dallo scudo
stellare. Non si costruisce la pace preparando la
guerra. È tempo di provare a costruire la pace.
E proponiamo, dunque - e concludo, signor
Presidente -, che qui in Italia tutti i
democratici, tutti coloro che hanno a cuore le
sorti della pace si ritrovino in una sola, grande
manifestazione del tutto non violenta: la marcia
per la pace Perugia-Assisi del 14 ottobre. Noi ci
inchiniamo di fronte ai morti innocenti ed
inorridiamo di fronte agli assassini, ma non ci
stancheremo di lottare perché la violenza non
generi altra violenza, perché, ancora una volta,
il sonno della ragione non generi mostri. Grazie (Applausi
dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani,
dei Democratici di Sinistra-l'Ulivo, della
Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).
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