Nerio
Nesi
Alcune
riflessioni sulla globalizzazione
Seminario
del Dipartimento Relazioni Internazionali e del
Comitato Scientifico Nazionale del P.d.C.I.
- Roma, 14 luglio 2001
Premessa
Negli
ultimi tre secoli, il capitalismo mondiale è
passato attraverso tre momenti storici successivi:
§
la rivoluzione industriale, (fine 1700, fine 1800),
simbolizzata dalla industria tessile, del carbone
e dellacciaio;
§
la rivoluzione scientifica (fine 1800, 1900),
caratterizzata dalla elettricità, dal petrolio,
dallautomobile e dallaereo;
§
la rivoluzione tecnologica, (nella quale viviamo),
caratterizzata dallelettronica e dallinformatica.
E
in questa ultima fase della rivoluzione
capitalistica che è emerso quel fenomeno che
chiamiamo globalizzazione.
La
globalizzazione è il risultato congiunto: di una
rivoluzione tecnologica epocale nello scambio di
merci e di servizi, fondata sulla società dellinformazione,
e del crollo altrettanto epocale dei sistemi
socialisti, che ha immesso nel mercato interi
paesi ed enormi masse umane.
E
una rivoluzione di portata simile a quella
industriale, che sottrae popoli e paesi allisolamento,
ma li getta nel mondo sconosciuto della
competizione.
Essa
disgrega e ricompone, esclude ed include, può
diffondere progresso e democrazia, ma anche nuove
povertà e nuove schiavitù.
La
globalizzazione è anche il risultato di uno
sviluppo eccezionale della ricerca scientifica,
che può essere al servizio della vita, della
salute, della sopravvivenza, ma può anche
stravolgere lumanità e lambiente.
Ma
ventanni di egemonia liberista hanno
orientato questo fenomeno quasi esclusivamente
alla libera circolazione di capitali e di merci,
alla rottura di ogni barriera, sulla base della
più dogmatica ispirazione liberista, senza
rispettare le peculiarità di ogni Paese, né
contemplare politiche sociali, né stabilire
regole nuove di garanzia dellinteresse
generale, di tutela del lavoro e dellambiente,
di rispetto dei poteri politici, da parte del
grande protagonista del suo sviluppo: il grande
capitale internazionale.
E
possibile correggere sostanzialmente questo
indirizzo? Questa è la domanda cui la Sinistra e
le forze progressiste del mondo devono
rispondere, se non vogliono essere né
semplicemente subalterne né storicamente
retrograde.
Ad un
modesto tentativo di dare una risposta a questa
domanda è dedicato il Seminario di oggi.
Cinquantasette
anni fa, nel luglio del 1944, in un villaggio del
New Hampshire (USA) chiamato Bretton Woods,
nacque il Fondo Monetario Internazionale.
Il
fondo, secondo la visione di John Maynard Keynes
(allora Ministro del Tesoro della Gran Bretagna)
doveva essere il guardiano di un nuovo ordine
monetario, impostato su un sistema di cambi
fissi; insieme alla Banca mondiale, listituzione
sorella, doveva garantire stabilità al sistema
monetario, prosperità e sviluppo per tutti i
Paesi: evitare cioè che si ripetessero, nel
secondo dopoguerra, gli errori del primo, che tra
gli anni Venti e Trenta, aveva portato la grande
depressione e preparato lascesa delle
dittature.
Cominciò
un periodo storico nel quale il mercato dei
capitali del mondo occidentale fu regolato dalle
due sponde dellAtlantico (per usare le
parole dello stesso Keynes) da norme dettate dal
potere politico.
Fu il
momento più alto del riformismo liberal
democratico e social democratico.
Questo
periodo finì nel 1971, con il passaggio ad un
sistema di cambi fluttuanti.
Nel
periodo successivo, dallinizio degli anni
Settanta ai nostri giorni, il processo si è
invertito: il capitalismo è diventato sempre più
finanziario, internazionale e
globale.
Vediamo
insieme come si possono riassumere queste
definizioni.
La finanziarizzazione:
è il fenomeno per il quale la produzione cessa
di essere soggetto per diventare oggetto del
mercato. Il soggetto è il capitale nelle sue
varie manifestazioni. La produzione è degradata
a semplice valore di scambio.
La internazionalizzazione:
è il fenomeno per il quale la produzione non ha
più carattere nazionale. Lintera
organizzazione economica assume gradualmente
dimensioni planetarie.
La globalizzazione:
è la somma dei due fattori sopra descritti, i
quali hanno alimentato e poi utilizzato:
a)
lo smantellamento dei controlli sugli scambi
valutari;
b)
la crescente liberalizzazione degli scambi
commerciali;
c)
la computerizzazione delle operazioni finanziarie
e laccelerazione istantanea dei mezzi di
informazione.
Questi
fenomeni hanno avuto conseguenze decisive nella
vita degli Stati Nazionali e delle loro
istituzioni.
La
proprietà, gli scambi, i rapporti di lavoro
tendono a essere regolati sempre più da un
diritto metanazionale, le cui fonti sono modelli
contrattuali uniformi, che scaturiscono da
transazioni fra imprese multinazionali.
Si
apre una contraddizione profonda tra politiche
economiche degli Stati e internazionalizzazione
dei mercati.
Si
spiegano in questo modo sia i ripetuti processi
di rivalutazione e di svalutazione delle varie
monete che si verificano senza una
giustificazione reale, sia la volubilità che
caratterizza, in certe fasi, i mercati finanziari.
Le
vicende politiche nazionali assumono rilievo solo
perché interpretate secondo certi schemi
concettuali possono orientare in una
stessa direzione i grandi speculatori
internazionali, provocando brusche e rilevanti
variazioni nei cambi.
I
liberisti ad oltranza sostengono che per
la legge della domanda e dellofferta
il mercato si autogoverna. Non è così: il
pericolo di crisi finanziarie è sempre
incombente quando, per ragioni diverse, gli
speculatori si muovono contemporaneamente, non
avendo adeguate contropartite.
I
flussi finanziari varcano i confini nazionali e
si sottraggono al controllo degli Stati; il
quadro che ne deriva contraddice la formula
famosa di Adam Smith della ricchezza delle
nazioni. La ricchezza non ha nazione, le
nazioni non hanno ricchezza.
Ciò
altera profondamente anche i meccanismi della
rappresentanza politica. La catena politica
fondamentale: stato-territorio-ricchezza si
spezza. Non basta più agli Stati controllare il
territorio per controllare la ricchezza che passa
sopra il territorio stesso, per masse e velocità
crescenti.
Le
nozioni della politica, delleconomia, del
diritto, con cui elaboriamo lesperienza
quotidiana dei bisogni, del lavoro e dei
conflitti non riflettono più la realtà.
Secondo
alcuni ciò comporterà la crisi forse la
fine dello Stato moderno.
Vediamone
insieme le ragioni, su diversi piani:
commerciale, economico, sociale e politico.
Sul
piano commerciale, vengono stravolti i principi
sui quali si fonda una sana organizzazione degli
scambi. Non sono i fatti economici reali (produzione,
produttività, investimenti, commerci, eccetera),
a determinare i flussi di capitali, ma sono
questi ultimi a determinare i primi.
Sul
piano economico, viene sanzionato il primato delleconomia
di carta sulleconomia reale.
Le
transazioni sono sempre più dominate da
movimenti speculativi e da movimenti istantanei.
I capitali si spostano, in base non a calcoli di
redditività di lungo periodo relativi ad
investimenti che aumentino la capacità
produttiva, ma ad attese di profitto immediato,
che si traducono non in creazione, ma in semplici
spostamenti di ricchezza.
Sul
piano sociale, ne consegue lo smantellamento
delle strutture del Welfare State.
Le
parole dordine sono: flessibilità, mobilità,
fluidità.
La
merce lavoro deve adattarsi
alle regole della sregolatezza.
Nasce
la cultura della diseguaglianza.
Sul
piano politico, il mercato tende ad invadere le
sfere di potere costituzionalmente delegate alla
decisione e al consenso politico.
Ma la
tendenza è che sia il mercato ad imporre allo
Stato la propria legge: appunto la nuova lex
mercatoria. La comunità degli affari
si erige ad ordinamento sovrano, gli Stati
nazionali ne diventano il braccio secolare.
Il
mercato (vale a dire la sintesi delle
situazioni che, sulla base dei rapporti di forza,
si creano nel flusso spontaneo di merci e denaro)
diventa il solo punto di riferimento, o, meglio
ancora, lunico e incontrastato valore e
principio regolativo dei rapporti collettivi.
A
livello internazionale, la perdita di poteri
delle istituzioni è evidente: rispetto alla
Banca centrale europea, il Parlamento europeo è
debole; le Nazioni Unite lo sono ancora di più
rispetto al Fondo Monetario Internazionale e alla
Banca Mondiale. Se a livello nazionale le
democrazie hanno poteri limitati, a livello
internazionale esse non esistono neppure.
Paesi
di lunga tradizione civile e democratica come
quelli che compongono lEuropa, non possono
accettare pedissequamente, forme di vita di
stampo texano.
Al
contrario, bisogna riaffermare, in tutte le sedi,
la necessità di valori morali e di regole
scritte.
Dobbiamo
affrontare quindi due ordini di problemi:
a)
la Comunità Europea;
b)
i doveri dellEuropa nei confronti dei Paesi
poveri.
A)
La Comunità Europea
Un
continente indifeso alla ricerca di una propria
identità: così appare il continente europeo
dopo anni di liberalizzazioni e liberismi
ideologici, dopo anni di privatizzazioni, dopo
anni di arretramento dal lato sociale, culturale
e persino economico.
La
Comunità Europea non riesce a rispondere
ai molteplici e gravi problemi che le stanno di
fronte: luniversalizzazione delleconomia
caratterizzata dallinsorgere di nuovi
concorrenti e dallo strapotere delle
multinazionali che ristrutturano, a loro
piacimento, le frontiere economiche del mondo; la
terza rivoluzione industriale con la sua nuova
ondata di progresso scientifico e tecnologico.
LEuropa
ha fallito i suoi tentativi di unione economica,
e non ha intrapreso iniziative credibili a favore
delloccupazione, nel settore dellenergia,
dellindustria e della scienza.
Nel
suo stesso ambito, essa non è stata in grado di
trovare la strada per uno sviluppo armonioso, che
riduca le diseguaglianze regionali, sfruttando le
diverse potenzialità dei Paesi che la compongono.
Il
sistema monetario europeo è esso stesso fonte di
squilibri, perché costringe allallineamento
su un solo tipo di regolamentazione, condannando
le diversità e sacrificando le esigenze sociali
alla legge dellunico potere invisibile:
quello della politica monetaria.
I
Paesi europei devono coordinare e armonizzare le
loro politiche economiche e adottare una
programmazione finanziaria comune.
Il
processo di integrazione è in grado di agevolare
lo sviluppo economico generale, solo attraverso
un coordinamento degli obiettivi e degli
strumenti della politica economica dei paesi
membri ed attraverso una programmazione dei
finanziamenti necessari al conseguimento di tali
obiettivi.
E
quindi fondamentale cadenzare il processo di
integrazione alla politica economica ed alla
programmazione finanziaria, attraverso un
coordinamento della politica di bilancio dei
Paesi membri, perché la creazione di un mercato
dei capitali europeo incide sugli obiettivi e
sugli strumenti della politica economica dei
Paesi stessi ed ha effetti negativi sulla
possibilità di conseguire determinati obiettivi
se essi sono graduati secondo scale di priorità
diverse da Paese a Paese.
Non
è pensabile che in futuro possa manifestarsi un
andamento a forbice tra lintegrazione
monetaria e lintegrazione economica; non è
configurabile un autonomo processo di
strumentazione europea accentrata a livello
monetario, che non si accompagni di pari passo ad
un avvicinamento delle strategie dei Paesi membri
sul tasso di sviluppo, sul livello dei prezzi,
sulloccupazione, sulla bilancia dei
pagamenti, sugli ordinamenti fiscali.
Una
maggiore unità della comunità può nascere
soltanto dalla intensificazione del processo di
eliminazione delle disparità strutturali,
territoriali e sociali. I problemi dei prezzi,
della politica di pieno impiego, dellaspetto
regionale, in definitiva sugli obiettivi ultimi
della economia nazionale, riaffiorano
costantemente e inesorabilmente quando si voglia
seriamente e responsabilmente affrontare il tema
dellintegrazione europea.
B)
I doveri dellEuropa nei confronti dei Paesi
poveri
Vorrei
riflettere su alcune cifre che é indispensabile
conoscere per una comprensione seria del fenomeno.
-
In un secolo, il mondo è passato da un miliardo
e seicento milioni di viventi a sei miliardi di
viventi.
-
Negli ultimi cinquanta anni il prodotto annuo
mondiale è aumentato di sette volte. Il reddito
pro-capite di tre volte.
Nel
1950 il reddito medio del Paese più ricco era 35
volte quello del Paese più povero.
Negli
anni 90 questo rapporto è salito a 72
volte.
-
Circa tre miliardi di persone dispongono di due
dollari al giorno: un abitante su cinque nellEuropa
orientale, uno su due nellEstremo Oriente,
quattro su cinque in India, quattro su cinque
nellAfrica Nera. Tra queste, circa un
miliardo e duecento milioni di persone dispongono
di un dollaro al giorno.
-
Quasi un miliardo di persone non sa leggere e
scrivere:
-
un miliardo e mezzo di persone non ha acqua
potabile; un miliardo e mezzo di persone non ha
fognature.
-
Circa un miliardo di lavoratori sono disoccupati.
-
Quasi tutto il continente africano ed estese zone
dellAsia e dellAmerica latina non
sono protagoniste del commercio internazionale.
Lesempio
più lineare, e drammatico, è quello dellAfrica
nera. Era alimentarmente autosufficiente agli
inizi del secolo e lo era ancora sostanzialmente
nel 1960 (98%). Ma nel 1971 lindice era
sceso all89% e nel 1978 al 78%. Per sapere
che cosa è successo negli ultimi ventanni
non servono le statistiche, bastano le immagini
che ci vengono quotidianamente dal Continente
nero.
-
I quarantotto paesi più poveri del mondo
presentano, insieme, un volume di esportazioni
pari allo 0,2 per cento delle esportazioni
mondiali.
-
Le duecento imprese più importanti del mondo
controllano insieme il 25% della intera attività
economica del mondo, ma impiegano, insieme, lo 0,75%
della popolazione lavorativa del mondo.
-
Il capitale delle duecentoventicinque persone più
ricche del mondo equivale al reddito annuale di
circa il 50% della popolazione mondiale più
povera.
-
Gli Stati Uniti rappresentano circa il 4% della
popolazione del mondo, ma riscuotono il 22% del
reddito mondiale.
-
Le grandi imprese multinazionali che controllano,
di fatto, leconomia mondiale appartengono:
§
per il 70% agli Stati Uniti;
§
per il 25% allEuropa, al Giappone, alla
Cina, allIndia.
§
per il 5% ai paesi in via di sviluppo;
§
per lo 0% ai Paesi poveri.
-
Nel mondo ci sono duecentocinquanta milioni di
bambini lavoratori, tra i cinque e di quattordici
anni. Nellambito di questo numero, vi sono
sessanta milioni di bambini soggetti alle forme
peggiori di sfruttamento: la schiavitù, i
lavori forzati, i lavori pericolosi e la prostituzione.
Questi
dati tolgono ogni validità, se mai lha
avuta, alla tesi che ciò che è acquisito dai
territori e dalle classi privilegiati crei una
naturale diffusione e costituisca
obbiettivamente un arricchimento
collettivo.
I
difensori ad oltranza della globalizzazione come
sistema permanente sono animati da una fede cieca
nel ruolo centrale del mercato. Essi credono o
fingono di credere che il semplice sviluppo degli
scambi internazionali crei le condizioni di uno
sviluppo benefico per le popolazioni. La realtà
è che non si sono mai visti mercati ben avviati
e uneconomia funzionante laddove non esiste
un tessuto culturale di valori comuni.
Lidea
che sul mercato ogni comportamento è libero, è
non solo iniqua moralmente, ma anche sbagliata
economicamente.
LItalia,
Paese fondatore della Comunità Europea, sesto
Paese del mondo industrializzato, deve ricercare
in tutte le sedi e quindi anche nella
prossime riunioni del G8 alleanze europee
per raggiungere questi obiettivi:
Eliminare
il debito:
§
cancellare tutto il debito accumulato sino al 19
Giugno 1999, si tratta dello spostamento della
data che divide il debito cancellabile da quello
non cancellabile.
§
Cambiare i parametri che permettono di
partecipare alla iniziativa internazionale per i
Paesi gravemente indebitati. Nei Paesi indebitati
debbono essere assicurati beni e servizi
fondamentali a tutti i cittadini. Solo il denaro
restante dopo queste spese può essere utilizzato
per pagare il debito.
§
Concordare con i Paesi indebitati e i
rappresentanti della società civile del Sud e
del Nord listituzione di un Processo
di arbitrato internazionale equo e trasparente
per valutare in termini di giustizia lammontare
effettivo del debito dei Paesi poveri.
Combattere
la povertà:
§
Onorare da subito limpegno, assunto e non
mantenuto, di finanziare laiuto allo
sviluppo con lo 0,7% del PIL dei nostri Paesi.
Oggi la media è minore della metà.
§
Promuovere e rafforzare, nelle sedi
internazionali, lutilizzo dei programmi di
riduzione della povertà che prevedano un
autentico coinvolgimento della società civile.
§
Favorire con il sostegno di mezzi finanziari e di
assistenza tecnica, lazione dei governi dei
Paesi impoveriti, perché sia garantito a
tutte le popolazioni il diritto alle cure
sanitarie e alla istruzione.
Globalizzare
la solidarietà e le responsabilità:
§
Creare un sistema di regole nel commercio
internazionale che permetta a tutti i Paesi, e in
particolare ai più impoveriti, di offrire sul
mercato le proprie merci ad un prezzo equo,
abolendo le barriere, a cominciare dalle nazioni
del G8, e per i prodotti agro-alimentari,
prevedendo un meccanismo di regolamentazione
produttiva e distributiva che definisca quote
produttive alle nazioni e garantisca stabilità
dei prezzi.
E
quindi modificare lo statuto della Organizzazione
Mondiale del Commercio, (W.T.O.), in modo da
rendere democratiche e trasparenti le sue deliberazioni.
§
Assumere un impegno immediato e concreto di
denuncia dei paradisi fiscali e finanziari.
Definire e pubblicare le liste dei Paesi che
permettono il riciclaggio di denaro sporco e
offrono riparo fiscale per speculazioni selvagge.
§
Istituire una tassa sulle transazioni valutarie (del
tipo della Tobin Tax) che renda costosi i
trasferimenti internazionali di denaro a scopo
speculativo e offra il ricavato per
finanziare lo sviluppo.
§
Migliorare la legislazione internazionale che
impedisce lo sfruttamento lavorativo delle
persone. Costo del lavoro più basso e più
competitivo non deve significare umiliante.
§
Confermare gli accordi di Kyoto in tema
ambientale e che sia indicato in modo trasparente
il percorso futuro di rafforzamento dellazione
di tutela del pianeta.
§
Impedire posizioni di monopolio, come quelle
assunte da alcune multinazionali in grado di
alterare il mercato e linformazione sulla
loro azione.
§
Promuovere leggi che garantiscano a livello
nazionale ed internazionale la pluralità dei
gestori dellinformazione, vietando
monopoli, per permettere una libertà
responsabile a tutti i cittadini.
§
Creare uninformazione trasparente anche
sulle caratteristiche dei prodotti alimentari in
generale e in particolare degli organismi
geneticamente modificati.
§
Finanziare fortemente la ricerca pubblica in
campo sanitario, per rendere possibile la
produzione di farmaci per le malattie diffuse tra
le popolazioni più povere.
§
Creare regole che consentano produzione e
distribuzione dei medicinali a costi sostenibili
per le popolazioni più povere.
§
Rifiutare categoricamente ogni ipotesi di
trattati internazionali destinati ad ampliare a
dismisura il potere delle società multinazionali
rispetto ai governi locali.
§
Modificare lo statuto del Fondo Monetario
Internazionale e della Banca Mondiale. Queste
istituzioni, infatti, si sono fino ad ora
dimostrate più attente agli interessi del grande
capitale internazionale che a quelli delle
comunità a favore delle quali sono state create.
LItalia, che è uno dei maggiori fornitori
di mezzi finanziari alle due suddette
istituzioni, può svolgere una pressione molto
forte per la loro riforma.
Il
Fondo Monetario Internazionale ha imposto ai
Paesi più poveri di dotarsi di progetti di
sviluppo di grande respiro, e di aggiustare
stabilmente i loro bilanci pubblici.
Propositi
meritori, che però hanno finora avuto un
rovescio, quello della riduzione in condizioni di
povertà abbietta laggettivo, si
noti, è della Banca Mondiale di vaste
popolazioni della America Latina, dellAfrica,
dellIndia, di altri Paesi del Sud-Est
Asiatico, degli Stati sorti dopo il 90
dalla dissoluzione dellURSS.
Le
severe richieste di aggiustamento strutturale del
Fondo Monetario Internazionale hanno certo
giovato a porre ordine nei bilanci di diversi
Paesi in via di sviluppo. Ma poiché
richiedevano, tra laltro, un drastico ed
immediato ridimensionamento del settore pubblico
(aziende produttive ed amministrazioni statali e
locali incluse) gli aggiustamenti strutturali
hanno fatto sì che milioni di persone si siano
trovate da un giorno allaltro senza lavoro.
Nella
sola Russia post sovietica, i dettami del
Fondo Monetario Internazionale hanno generato in
pochissimi anni decine di milioni di nuovi poveri.
A sua
volta la Banca Mondiale attraverso i suoi
progetti - ha accresciuto la produttività dellagricoltura
in varie regioni, però al prezzo di migliaia di
comunità locali eliminate o de-localizzate a
forza; di innumerevoli colture soppresse, e, con
esse, delle popolazioni che le praticavano; di
blocco infine di ogni forma autonoma di sviluppo
locale.
Conclusioni
Quando
si affrontano questioni concrete, e di questa
dimensione, si è portati a una professione di
pessimismo.
Il
pessimismo può essere salutare perché la
sottovalutazione dei problemi finisce, prima o
poi, per ritorcersi contro i fautori di un
ottimismo di maniera: e la storia è piena,
purtroppo, di entusiastici progetti rovinosamente
caduti sui loro promotori.
Ma un
ottimismo serio è necessario, per non arrendersi
di fronte ad una vittoria del capitalismo texano
che non consideriamo definitiva.
Più
di mezzo secolo fa, John Maynard Keynes tentò di
creare un sistema che assoggettasse il mercato
dalle due sponde dellAtlantico
a norme dettate dal potere politico.
Tocca
allEuropa ripetere questo tentativo.
La
Sinistra non può permettersi di restare
estranea a quello che è un terreno naturalmente
suo: connotato dallo spirito egualitario,
finalizzato allidea di una società giusta,
conferma della intuizione marxiana circa il
carattere asociale del capitalismo.
Si
tratta di lavorare di fantasia: di progettare
forme di intervento capaci di trasferire alleconomia
sociale il surplus di risorse liberato dalla
rivoluzione tecnologico organizzativa; di
impedire che queste risorse vengano monopolizzate
dal mercato e finalizzate alleconomia anti-sociale
dellegoismo e della disgregazione.
Si
deve farlo operando sulla leva economica; ma
soprattutto sulla leva culturale: reimmaginare il
socialismo come cultura antagonistica
allo stato di cose esistente; costruire un nuovo
modo di cooperazione tra gli uomini guidato dallidea
regolativa della solidarietà; elaborare legami
comunitari sulla base della condivisione di
valori e di progetti.
Sapendo,
soprattutto, che lalternativa, più che
mai, torna ad essere tra socialismo e barbarie;
tra ricostruzione del legame sociale e de-costruzione
delluniverso civile.
(Nerio Nesi)
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