Alla ricerca di una politica “altra”: una pre-condizione
(a meno che anche Platone non sia un comunista…)

di Carlo Carlini,
referente del
Partito dei Comunisti italiani (PdCI) dell’Alto Adige

 

Dal Mattino del 10 aprile 2001

              A leggere il recente articolo di Francesco Comina in cui vengono richiamati quelli che dovrebbero essere i veri “soggetti vitali della politica intesa come libertà”, dal povero sino al clandestino che sfugge alla fame, un fremito non può che percorrere l’animo di chiunque sappia misurare quanto grande sia invece la distanza tra l’odierno arido agitarsi della politica ed un ideale dell’agire politico che abbia come prima finalità il “riequilibrio nello squilibrio della condizione umana” o meglio, sempre che la parola non spaventi, la giustizia sociale.

Ed allora per non rinchiudersi nel disincanto, che a nulla porta se non ad un’amara, ma forse anche non poi così scomoda accettazione di quanto di fatto si dà, forse potrebbe essere di una qualche utilità cercare di rintracciare insieme almeno una prima condizione che possa riavvicinare la politica nel suo senso più autentico a se stessa e dunque ai cittadini. Nel tentativo di non “sporcare” troppo anche ciò che sta emergendo dal dibattito, potrà essere di un qualche ausilio, sempre che anche Platone non sia semplicemente un comunista, il riandare alle parole di questo grande filosofo dell’età classica, non tanto per aggiungere una citazione ad un’altra, rimanendo nel limbo dell’ora d’aria pulita, quanto per individuare quella che è una delle pre-condizioni fondamentali per ritrovare proprio la politica “altra”, che poi ciascuno potrà identificare con il termine che riterrà più proprio, dalla solidarietà sino all’eguaglianza.

           Ecco, dunque, cosa andava pensando Platone: “Ma se… ad un uomo d’affari, imbaldanzito per la sua ricchezza o per un gran numero di amici, per la sua potenza o qualsiasi altra cosa del genere, passasse per il capo di entrare a far parte della classe dei guerrieri, o a un guerriero di entrare fra coloro che consigliano e difendono lo Stato […] o se lo stesso individuo volesse ad un sol tempo ricoprire tutti questi uffici, allora io credo sembrerà anche a te che questi reciproci scambi e questo molteplice affaccendarsi di ciascuno sarebbe la rovina dello Stato.” (Rep.IV, 433a). Dunque, di là da altre considerazioni, già nel IV secolo avanti Cristo la confusione dei ruoli era vista con grande sospetto, tanto da ritenere indispensabile la netta separazione tra funzioni politiche e funzioni economiche: per impedire che il bene comune venga sacrificato sull’altare dell’interesse personale, per fare in modo che la cosa pubblica non cada nelle mani di portatori di interesse di parte, Platone delineava, infatti, uno Stato ideale in cui chi governa sia reso disinteressato dal fatto di non poter possedere alcunché. Quale inequivocabile lezione magistrale sul conflitto d’interesse, che non può invece che ridurre la politica a demagogia!

Tornando ai nostri tempi, dato che tale pre-condizione in Italia non risulta ben definita e, aspetto ancora più preoccupante, il conflitto d’interesse non pare per lo più essere considerato dalla pubblica opinione come una questione chiave per preservare il vero significato della democrazia, tanto più allora diventa indispensabile distinguere la demagogia ed anche il massimalismo demagogico da ciò che è la democrazia nel suo senso più proprio. Ancor più, però cara Menapace,  sempre che la democrazia non sia un optional, diventa indispensabile dare seguito concreto a quell’“opzione etica generale e prioritaria”, cercando di  “scegliere con una buona approssimazione ciò che” proprio in questo momento “è il meglio, il più conveniente, il più ragionevole”. Non si tratta, infatti, per chi potrà, di tornare a vedere prima o poi “fascisti e nazisti darsela a gambe”, considerando che “non sono affatto invincibili”, ma di evitare una deriva a destra, dati gli immani costi sociali che ciò comporterebbe  proprio  per i veri “soggetti vitali della politica intesa come libertà”, utilizzando ora il proprio voto nel modo più utile, che non credo debba semplicemente comportare un alzabandiera. Quante distruzioni e povertà hanno lasciato alle loro spalle, prima di cadere, i governi forti ? Non sarebbe  il caso di evitare di ripetere esperienze simili ? E poi siamo cosi sicuri che a tali governi serva ancora ricorrere ad “una schiera infinita di poliziotti messi dietro alle spalle di ciascuno”: non basta forse adesso un televisore che condizioni continuamente, in modo conturbante e senza che se ne abbia chiara consapevolezza, il nostro modo di pensare ?

E’ proprio nella logica di evitare di dover fare nuove esperienze che aprano verso quella direzione, per non rompere con il centrosinistra, unico ancoraggio possibile per evitare di consegnarsi nelle mani di “un qualche Mosè redivivo”che sia anche un nuovo Napoleone, che si inscrive la politica del PdCI,  il Partito dei Comunisti Italiani, di cui è attuale segretario il compagno Oliviero Diliberto, un Partito comunista che ha come primo obiettivo quello di essere attento alle esigenze e ai problemi delle masse popolari, battendo sia le politiche neoliberiste, ma anche evitando sterili derive estremistiche e massimaliste.

Mi si perdoni, per concludere, il richiamo alle parole di un compagno operaio intervenuto alla manifestazione dell’11 ottobre del 1998 che ha dato vita alla fase costituente per un nuovo soggetto politico comunista in Italia. Questo compagno disse che il PdCI era il partito “di chi pensa che la rivoluzione non sia da archiviare, che essa non sia un mero riferimento culturale, né tanto meno una bandiera da agitare. Noi dobbiamo cambiare il mondo dalle fondamenta e per questo abbiamo bisogno di un Partito comunista che faccia politica e non propaganda.”