La proposta di legge di riforma dell’ITEA ha suscitato
reazioni vivaci da più parti, su questioni che peraltro
ci sembrano tutto sommato marginali. E’ l’impianto
complessivo della proposta ciò che ad un esame più
attento ci sembra non andare assolutamente, e non solo
per il rischio di aumento degli affitti agli inquilini,
che esiste anche con la legge attuale.
Se è positiva l’introduzione di un canone “oggettivo”
che l’ITEA deve incassare per remunerare i costi, è
assurdo che la differenza fra questo canone e quello
ritenuto “sopportabile” per l’inquilino non sia versata
direttamente all’ITEA dalla Provincia ma “concessa” ed
erogata agli inquilini dagli enti locali (comuni di
Trento e Rovereto, comprensori per il resto della
provincia), sotto forma di contributo, “di solidarietà”
o “integrativo” non fa differenza. Contributo stabilito
da ognuno di loro sulla base di criteri indicati dal
regolamento di attuazione della legge, ma “entro i
limiti di disponibilità delle somme stanziate a tal
fine” dal loro bilancio: somme corrispondenti alla quota
di fondo provinciale casa ripartito ogni anno “sulla
base dell'intesa complessiva per la finanza locale
provinciale definita in seno al Consiglio delle
autonomie”. Solo a richiesta degli inquilini il
contributo può essere versato direttamente al locatore e
l’inquilino paga solo il canone “sostenibile”.
È una complicazione mostruosa e costosa, che sembra
pensata apposta per scaricare sugli enti locali la
responsabilità di aumenti degli affitti conseguenti a
possibili (previsti?) tagli di fondi da parte del
governo nazionale. Che per di più frammenta la forza
degli inquilini, i quali non avrebbero più solo la
Provincia come controparte da affrontare tutti assieme
uniti, ma dieci (o più) comprensori e due comuni, con
ognuno dei quali rapportarsi, con forze inevitabilmente
minori.
Volendo, si potrebbe trovare anche un meccanismo anche
più tortuoso e perverso. Ma si può anche scegliere una
strada più semplice: dare all’ITEA la gestione di tutti
gli affitti, anche quelli con locatori privati, compresa
la fissazione e l’incasso dei canoni “sostenibili”,
coprendo direttamente come Provincia la differenza fra
questi e i canoni pieni col fondo provinciale casa
magari integrandolo, se non dovesse essere sufficiente.
Si ha in tal modo una sola struttura che valuta e
controlla le condizioni economiche, fissa i canoni con
criteri uniformi (meglio riferirsi alla sola
dichiarazione dei redditi: il controllo di conti
correnti, possesso di titoli, azioni o altro rischia di
costare più di quanto può rendere), tiene i rapporti con
i locatori privati. Come insegnano le fusioni ad ogni
livello fra banche, casse rurali, imprese di ogni
genere, un solo centro gestionale e amministrativo è più
efficiente e consente economie di scala che la
frammentazione non può raggiungere
Da ultimo, la trasformazione dell’ITEA in società per
azioni, sia pure “a capitale interamente della Provincia
o dei comuni”, non è affatto necessaria. Tutti gli scopi
che il progetto di legge assegna alla ITEA Spa li può
realizzare anche l’ITEA attuale, compresa la cosiddetta
“valorizzazione” del patrimonio, termine col quale si
intende forse la (ri)valutazione del patrimonio a
garanzia di crediti per nuovi investimenti. Può farla
benissimo l’ITEA attuale, o in sua vece la Provincia,
anche ricorrendo all’emissione di obbligazioni, buoni
ordinari e simili. Il problema è se si vuole davvero
fare dell’ITEA una immobiliare attraverso la quale la
Provincia aumenta il proprio patrimonio abitativo non
solo per far fronte all’emergenza, ma per soddisfare
anche la domanda di alloggi a canone “normale”
calmierando così i prezzi degli affitti e degli alloggi.
Infine, non è necessario nemmeno aspettare che i comuni
individuino aree per edilizia economica popolare nei
loro piani regolatori. Può bastare una norma che preveda
nelle convenzioni edilizie la cessione all’ITEA di una
certa percentuale di superficie o di appartamenti.
Oppure, come si consente all’ITEA di acquistare
appartamenti sul mercato con operazioni dubbie che
possono favorire una lievitazione dei prezzi,
consentirle di acquistare terreni a mercato libero,
superando le “aree per edilizia popolare”, che portano
alla costruzione di quartieri-ghetto e malgrado gli
attuali prezzi di esproprio creano situazioni
difficilmente comprensibili – e imbarazzanti per i
comuni – per cui alcune aree edificabili hanno un valore
diverso da altre solo perché destinate a edilizia
popolare. Forse è arrivato il tempo di accorgersi che
non era tanto giusto nemmeno in passato. Ha prodotto
ingiustizie e ha bloccato per anni la costruzione di
alloggi ITEA.