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Ai quotidiani ed
alle emittenti radio-televisive locali
Oggetto: Appello
per il Sì da parte del PdCI del Trentino
Alto Adige
Il 12 e 13
giugno è fondamentale andare a votare, convincere ad
andare a votare e votare 4 Sì. È essenziale perché ci
sono in gioco dei valori che non sono negoziabili come
l'elementare principio di eguaglianza di tutti i
cittadini di fronte alla legge contro le leggi "ad
personam" del governo Berlusconi e come la difesa della
nostra salute e di chi verrà dopo di noi contro il
nucleare.
È
dunque di facile evidenza il Sì all’abrogazione del
“legittimo impedimento” a comparire in tribunale per
eventuali processi penali stabilito per il presidente
del consiglio e per i ministri. Ed è fuori discussione
anche l’accantonamento dei piani di costruzione di
centrali nucleari decisi dal governo (sebbene poi
momentaneamente sospesi per evitare il pronunciamento
popolare col referendum).
Qualche
riflessione in più merita invece il convinto e doppio
Sì alla abolizione delle norme semplicisticamente
chiamate di “privatizzazione dell’acqua” cui si
riferiscono le altre due proposte di referendum. Contro
questa proposta è stato tra l'altro rilevato che quelle
norme non privatizzano l’acqua, ma il servizio di
acquedotto, per portarla ai rubinetti. Servizio che
richiede ingenti investimenti, visto che la rete di
distribuzione in Italia ha perdite nell’ordine del 40
per cento nella media nazionale, con punte dell’80 per
cento in alcune zone. Solo grandi aziende private, si
dice, potrebbero garantire i capitali necessari alla
necessaria opera di “bonifica”, visto il dissesto della
finanza pubblica locale e nazionale. Cosa solo
apparentemente vera, perché le aziende private semmai
anticiperebbero solo i capitali necessari, reperendoli
per la maggior parte con ricorso al credito bancario o
con l’emissione di obbligazioni e recuperandoli poi con
gli interessi attraverso le tariffe anche nel caso molto
improbabile che le tubature restassero di loro
proprietà. Operazioni che possono fare benissimo le
aziende pubbliche, ricorrendo magari a forme di
azionariato popolare o a sottoscrizioni pubbliche molto
meno costose dei crediti bancari.
Vero è
invece che le norme del Decreto Ronchi da abrogare non
privatizzano l’acqua ma tutti i servizi pubblici locali
“a valenza economica” (ma è facile dire che se c’è un
costo c’è anche la valenza economica). Sono esclusi solo
l’erogazione dell’energia elettrica e del gas, già
liberalizzata, la gestione delle farmacie comunali e il
trasporto ferroviario regionale, quest’ultimo
probabilmente perché deficitario e di nessun interesse
per i privati.
Una
grande abbuffata in settori senza rischi e per così dire
"di tutto riposo" per il nano capitalismo
italiano, perché di acqua, fognature, depurazione degli
scarichi, raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi,
trasporto urbano non si può fare a meno e dunque sono
settori che non conoscono crisi. Peggio ancora che se
fosse privatizzato solo il “bene comune” acqua, perché
sono a rischio di inquinamento “beni comuni” quali
l’aria, le acque reflue e di falda, il terreno e quanto
grandi siano tali rischi l'abbiamo già potuto
sperimentare. E che il privato funzioni meglio del
pubblico è una vecchia favola comoda per mettere le mani
sulla grande torta di grandi profitti, sicuri e comodi.
In ogni
caso, votando sì resta pur sempre la possibilità per gli
enti locali di decidere se gestire quei servizi tramite
aziende proprie o appaltarle a privati. Se invece tali
norme non venissero abrogate, le aziende pubbliche
locali verrebbero estromesse per legge anche dalla sola
possibilità di partecipare alle gare d’appalto. In
omaggio alla “libera” concorrenza, naturalmente.
Bolzano,
lì 10 giugno 2011
Federazione Trentino
Alto Adige
del Partito dei Comunisti Italiani
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